Carboidrati
Glicide è il nome
corretto per i carboidrati in generale, mentre con il termine glucide ci si
riferisce in generale a carboidrati contenti residui di glucosio (glicoside è
un carboidrato con la funzione acetalica completa, i glicosidi del glucosio prendono il nome di
glucidi).
Tutti gli zuccheri
sono sintetizzati delle piante, utilizzando anidride carbonica ed acqua e
producendo, oltre allo zucchero, anche ossigeno (l’energia richiesta per la
reazione è fornita dalla luce). Da ciò ne consegue che lo sviluppo delle piante
nel corso della storia ha notevolmente esaltato il carattere ossidante
dell’atmosfera (prima era molto più riducete).
Il glucosio è lo
zucchero più stabile dal punto di vista termodinamico, per questo motivo è il carboidrato
più diffuso.
Il glucosio viene
accumulato in strutture polimeriche, tra le quali troviamo l’amido, il
glicogeno (funzioni di riserva energetica) e cellulosa (sostegno nelle piante).
Una prima
classificazione dei carboidrati è relazionata alla struttura degli stessi:
·
Monosaccaridi:
singole unità glicidiche;
·
Disaccaridi:
due monosaccaridi uguali o diversi;
·
Oligosaccaridi:
fino ad una decina di monosaccaridi uguali o diversi;
·
Polisaccaridi:
catene di più di dieci monosaccaridi (uguali o diversi) che possono presentare
anche ramificazioni.
I monosaccaridi ed i
disaccaridi sono generalmente cristallini e generalmente solubili in acqua;
sono anche variamente dolci. I polisaccaridi sono amorfi, generalmente
insolubili in acqua, ma se ne vengono a contatto possono gonfiarsi per via di
interazioni che si stabiliscono tra le molecole dell’acqua e le singole unità
zuccherine componenti il polimero.
Un’altra
classificazione degli zuccheri prevede la loro suddivisione in ALDOSI ed in
CHETOSI, in relazione alla presenza del gruppo aldeidico piuttosto che di
quello chetonico.
In linea generale gli
aldosi sono più reattivi dei chetosi!
Gli elementi
caratteristici di uno zucchero sono già visibili nella gliceraldeide, un
carboidrato costituito da tre atomi di carbonio, presentante il gruppo
aldeidico. Tali elementi sono: catena di
carbonio, gruppo carbonilico (aldeidico o chetonico), gruppi alcolici sui
carboni non carbonilici.
Dal punto di vista
stereochimico si distinguono serie D e serie L, le quali sono stabilite a
partire dalla configurazione assoluta
del secondo carbonio della gliceraldeide, che rimarrà sempre quello più
lontano dal gruppo carbonilico, ovvero quello a minore stato di ossidazione.
Ciò non è sicuramente dovuto a regole di priorità, ma è una questione collegata con la
biosintesi di tali composti. Ogni volta che si aggiunge un carbonio, partendo
dalla gliceraldeide, si assiste all’aumento sequenziale dei centri chirali (la
gliceraldeide possiede un solo centro chirale). I segni (+) e (-) si
riferiscono solamente al senso in cui il piano della luce piano-polarizzata
viene ruotato per mezzo di una soluzione dello zucchero in esame – si noti che
questa caratterizzazione non ha nessun legam con la nomenclatura D/L
N.B. l’eritrosio
è importante per la biosintesi degli aa
aromatici.
La diapositiva 7
mostra la serie completa degli aldo-esosi D: si notino il GLUCOSIO, il MANNOSIO
ed il GALATTOSIO – si noti che il mannosio ed il galattosio sono epimeri del
glucosio, infatti differiscono da esso per la configurazione di un solo C, in
particolare il secondo per il mannosio ed il quarto per il galattosio.
La diapositiva 8
mostra la serie completa dei chetoesosi D: si notino il FRUTTOSIO ed il
SORBOSIO (zucchero presente in alcuni frutti).
Il glucosio è diffuso nelle parti della pianta che sono più
dolci.
E’ la principale fonte
di energia e si presenta come cristalli bianchi insolubili in alcoli, ma
solubili in acqua.
Negli alimenti,
spesso, il glucosio subisce il fenomeno della fermentazione alcolica da parte
di microrganismi, dando luogo ad etanolo ed anidride carbonica, passando
attraverso l’acetaldeide.
Essendo uno dei
monomeri più spesso presenti in disaccaridi, oligosaccaridi e polisaccaridi, si
ottiene facilmente da idrolisi di questi.
Il glucosio ha
proprietà riducenti, infatti presenta l’OH anomerico libero.
Le forme cicliche
rappresentano la reale struttura dei glicidi ed inoltre sono decisamente
importanti per comprendere cosa accade quando
gli zuccheri si legano tra loro – molte reazioni sono comprensibili solo
in forma ciclica, tuttavia altre avvengono esclusivamente nella forma lineare,
che all’equilibrio è sempre presente seppur in piccole concentrazioni (<
0.1%) – fenomeno della mutarotazione.
Quando si passa dalla
forma aperta a quella emiacetalica i centri chirali aumentano di uno, ovvero si
viene a formare il carbonio anomerico.
Il glucosio in
soluzione è in equilibrio, dove è nettamente più favorita la forma beta
rispetto alla alfa – per una questione di maggiore stabilità dell’OH anomerico
in posizione equatoriale (beta) rispetto alla posizione assiale (alfa).
Gli omopolimeri sono
formati da molecole di zucchero tutte alfa o tutte beta, questo non vale per
gli eteropolimeri (però i singoli zuccheri sono in ugual configurazione).
Quando il si ha la
cristallizzazione del glucosio si forma o l’anomero alfa o quello beta; se si
prendono uguali quantità di entrambi e si mettono in soluzioni separatamente,
quindi si lascia al sistema il tempo per riequilibrarsi si osserverà che misurando
l’angolo di rotazione della luce piano-polarizzata al polarimetro, il valore
ottenuto dalle due soluzioni è identico (questo perché si ristabilisce
l’equilibrio tra i due anomeri, mediante il fenomeno della mutarotazione).
Il fruttosio può formare oltre anelli a 6 atomi -
fruttopiranosio (70%) anche anelli a 5 atomi - fruttofuranosio (30%) – mentre
il glucosio forma solo anelli a 6: glucopiranosio. Si noti che si formano
anelli a 5 o 6 termini (non a 5 o 6 atomi di C, infatti un atomo è sempre
ossigeno) perché sono i più stabili.
I disaccaridi si originano dalla condensazione di due
zuccheri, anche diversi legati, da legame acetalico che impegna almeno in uno
dei due zuccheri l’OH anomerico.
Non sono riducenti i disaccaridi nei quali i due monosaccaridi
impegnano entrambi gli OH anomerici. Il legame che si forma è generalmente di
tipo 1,2 1,4 oppure 1,6 – rari i casi di
formazione di un legame 1,3. I monosaccaridi quando si legano possono essere,
come detto, sia in configurazione alfa o in quella beta: per quanto riguarda la
nomenclatura, sarà necessario indicare con la lettera greca la configurazione
davanti a ciascun componente del disaccaride, o se ci si riferisce in generale
al legame, prima della numerazione dello stesso (ad esempio β-1,4).
Sempre per quanto
riguarda la nomenclatura, nei disaccaridi uno zucchero è quello principale,
mentre l’altro è il sostituente, ad esempio il nome IUPAC del saccarosio è:
α-D-glucopiranoside-(1,2)-β-D-fruttofuranosio.
I principali disaccaridi sono saccarosio, maltosio e
lattosio.
Il saccarosio si estrae dalla linfa della canna da zucchero
(si estrae un cristallo di colore marrone non scurissimo, che può essere
utilizzato tal quale o raffinato) o dalla barbabietola (in questoi caso poiché
la barbabietola tende a rilasciare pigmenti, il saccarosio risulta essere molto
scuro e quindi viene raffinato)– dipende dall’area geografica.
Il fatto che molti
individui siano intolleranti al saccarosio non stupisce visto che non sono
molto diffuse in natura sostanze così dolci ed inoltre l’introduzione del
saccarosio nella dieta europea risale alla scoperta dell’America.
Il saccarosio viene
utilizzato come riferimento per indicare la “dolcezza” di altre sostanze, anche
non zuccherine.
Il saccarosio non è
uno zucchero riducente.
Il maltosio è uno zucchero riducente, disaccaride di due
molecole di glucosio legate con legame glicosidico α-1,4.
Lo si trova come prodotto di idrolisi degli amidi: quindi l’amido basa la sua
struttura su legami di tipo alfa. Supporta la crescita dei lieviti nella
fermentazione per la produzione di pane.
Il lattosio lo si trova in natura solo nel latte e quindi nei
latticini ed è un disaccaride costituito da una molecola di β-glucosio
e una di β-galattosio,
uniti da legame glicosidico β-1,4.
Il lattosio è poco dolce (a differenza del saccarosio che è uno degli zuccheri
più dolci, anche più del glucosio) – ha una dolcezza pari a 0.4 la dolcezza del
saccarosio. Questo è importante per evitare l’imprinting di sostanze
estremamente dolci nei lattanti. La fermentazione
del lattosio è alla base della produzione dello yogurt, si produce non etanolo
ma acido lattico (quindi si forma un composto acido che dona il classico sapore acido allo yogurt) – la
fermentazione può avvenire solo dopo idrolisi. Il lattosio è uno zucchero
riducente.
I polisaccaridi o glicani sono costituiti da monosaccaridi
uniti da legame glicosidico, come i disaccaridi (e gli oligosaccaridi).
Si classificano in
omoglicani ed eteroglicani, ovvero polimeri costituiti da uguali e da diverse
unità monosaccaridiche.
I polimeri degli
zuccheri (riferimento agli eteropolimeri) sono formati da pochi diversi tipi di
monomeri (3 è già raro) questo è ben diverso da quanto accade per le proteine,
che ben o male sono costituite ciascuna da tutti e venti gli aa.
I polisaccaridi sono
generalmente insolubili in acqua , ma assorbono l’acqua e possono anche
gonfiarsi, questo perché si possono formare legami ad H tra le molecole d’acqua
e le unità zuccherine. Danno soluzioni colloidali e non passano attraverso le
membrane. Per idrolisi completa chimica piuttosto che enzimatica danno i
monosaccaridi. A differenza di quanto detto per i glicidi precedenti non sono
dolci. Infine, non sono riducenti.
I polisaccaridi si
distinguono in pentosani (polimeri di pentosi, ad esempio xilani) ed esosani
(polimeri di esosi, ad esempio glucani e fruttani).
Se si considerano i
polimeri del glucosio, i glucani, possiamo distinguere gli alfa ed i beta
glucani, in relazione al tipo di configurazione in cui si trovano le molecole
di glucosio.
Tra i polimeri troviamo: l’amido, la cellulosa, il glicogeno,
l’inulina, la pectina e gli alginati.
L’amido è un alfa glucano ed è una delle più importanti risorse energetiche nel
mondo vegetale. Molte piante accumulano amido nelle radici, mentre in alcune
piante come le leguminose è depositato nei semi. Nel frumento ricopre circa il
70% del peso della cariosside. Osservando i granuli di amido al microscopio si
possono distinguere le specie delle piante e, quindi, è possibile svelare eventuali
frodi alimentari. L’amido si presenta come una polvere bianca sottilissima, non
solubile in acqua ed in etanolo ed è amorfa.
In presenza di poca
acqua si ottiene una soluzione gelatinosa, mentre se l’acqua è molta si ottiene
una soluzione colloidale opaca.
L’amido è costituito
dall’amilosio e dall’amilopectina (due polisaccaridi).
L’amilosio costituisce circa il 20% dell’amido nel frumento.
Per la presenza di legami alfa-1,4 la sequenza tende ad arrotolarsi: si forma
un’elica sinistrorsa come il DNA, anzi si forma una doppia elica. All’interno
dell’elica si dispongono gli H assiali (mentre gli OH si disongono al di
fuori), quindi l’interno è lipofilo: si possono inserire quindi alcuni acidi
grassi (residui di acidi grassi – questi composti si chiamano clatrati e sono
presenti nella cariosside del frumento).
Nell’amido del frumento l’amilopectina rappresenta l’80%.
L’amilopectina è un polisaccaride del glucosio, come l’amilosio, ma presenta
oltre ai legami alfa-1,4 anche i legami alfa-1,6 ogni 25 unità (nel frumento):
quindi l’amilopectina è ramificata (N.B. le ramificazioni si dispongono
anch’esse sono ad elica).
Le molecole d’acqua si
pongono tra una catena e l’altra allontanandole tra loro: si forma un gel oltre
gli 80 gradi (gelificazione). Questo succede anche quando la pasta da dura
diventa molle durante la cottura.
La ramificazione è
complessa: esistono ramificazioni primarie e secondarie, la ramificazione è
tipica del tipo di pianta: questo spiega perché la forma dei grani di amido è
caratteristica.
Le proporzioni
reciproche di amido ed amilopectina dipendono dal tipo di pianta!
Il glicogeno è un alfa-glucano e rappresenta la maggiore
forma di deposito del glucosio nei muscoli e nel fegato (quindi negli organismi
animali). E’ più ramificato dell’amilopectina, questo perché permette di
depositare in poco spazio tanti residui di glucosio. Il glicogeno è la forma di
energia depositata che viene consumata più rapidamente – nei 100 metri viene
consumato solo glicogeno, mentre per gli sforzi più prolungati si mobilitano i
lipidi. Si presenta come polvere bianca, insapore ed è insolubile in acqua. Per
idrolisi totale da il glucosio, mentre per idrolisi parziale da il maltosio.
Come gli altri polisaccaridi risulta non riducente.
La cellulosa è un beta-glucano: le molecole di glucosio sono
legate da legame glicosidico β-1,4.
La cellulosa nel regno vegetale è più diffusa dell’amido perché il legame beta
è più stabile di quello alfa, inoltre è un legame più inerte, ovvero è
difficile da idrolizzare. Solo pochi microrganismi sono in grado utilizzare la
cellulosa come fonte di carbonio. L’inerzia chimica da problemi di tipo
digestivo agli animali che cercano di ricavare glucosio dalla cellulosa: i
ruminanti sono in grado di farlo per mezzo della microflora batterica che si
forma nello stomaco (1/5 del peso di un ruminante è stomaco per via dell’enorme
flora batterica). Nello stomaco dei non ruminanti favorisce la peristalsi,
perché rimane tal quale nel lume dell’apparato GI richiamando acuqa per osmosi.
La cellulosa ha ruolo strutturale, anche per questo motivo è particolarmente
diffusa.
La sua funzione
strutturale è dovuta al fatto che è la componente principale della parte
cellulare delle cellule vegetali e per questo motivo si ritrova in tutti gli
alimenti vegetali.
La cellulosa ha
struttura lineare non particolarmente avvolta. Il peso molecolare è molto
variabile, dipende dalle piante. Cristallizza con molta facilità.
La funzione
strutturante della cellulosa è esaltata quando questa va in contro alla reazione
con basi e cloruro dell’acido cloroacetico a dare carbossimetilcellulosa, un
composto che è più strutturante e si usa nei gelati e nelle caramelle per
ritardare la formazione dei cristalli grandi di acqua e di zucchero; questo
composto è, inoltre, utilizzato nei cibi a basso contenuto calorico.
La cellulosa assorbe
acqua e si gonfia.
I beta glucani sono polimeri del glucosio, caratterizzati da
legati beta 1,3 e 1,4 (la cellulosa è solo 1,4), questo fa si che queste catene
siano angolate. Sono strutturanti utilizzati al posto dei grassi, poco solubili
in acqua (in acqua quelli a basso PM formano gel, mentre quelli ad elevato PM
danno soluzioni viscose).Nella produzione della birra possono rendere
difficoltosa la filtrazione del mosto.
Il termine emicellulose viene utilizzato per descrivere
cellulose in cui si innestano ramificazione di pentosi ed esosi, ad esempio
l’acido glucuronico (gluocsio ossidato in posizione 6); tuttavia altri polimeri possono essere considerati
emicellulose (come i pentosani nei cereali, es. xilani). Questi polimeri
possiedono minore resistenza della cellulosa ed anno consistenza gelatinosa.
L’inulina è un polisaccaride beta del fruttosio che non ha
peso molecolare molto alto; abbondante nei tuberi delle dalie, ma si trova
anche nella cicoria e nell’aglio. E’ indigeribile, quindi rimane nel lume
dell’apparato GI tal quale, ove svolge (soprattutto a livello intestinale)
funzione prebiotica, ovvero favorisce la crescita della microflora residente –
inoltre ha anche effetto lassativo.
È un polisaccaride
privo di glucosio e quindi va bene per produrre alimenti a basso indice
glicemico.
E’ solubile in acqua
calda ma poco in acqua fredda.
È usato anche per la
produzione del fruttosio puro, perché non ci sono tracce di glucosio praticamente,
che inquinano la purezza del fruttosio stesso.
Gli alginati sono polimeri dell’acido glucuronico e sono alla
base dell’agar e sono quindi estratti dalle alghe. Chelano fortemente il calcio
e sono utilizzati per stabilizzare gli alimenti. Chelando il calcio formano una
struttura a scatola d’uova: dosando la quantità di calcio è possibile variare
il potere gelificante di questi composti.
Quando il cardias non
funziona tanto bene i succhi gastrici possono risalire nell’esofago (reflusso
esofageo): si usano per contrastare ciò delle sostanze che contengono alginati
che nello stomaco gelificano il succo gastrico sfavorendone la risalita.
Polimeri del metilestere dell’acido glucuronico (con diverso grado di metilazione) sono le
pectine, che sono i materiali che gelificano nella formazione delle marmellate.
Sono presenti nella frutta e si utilizzano come additivi alimentari per
favorire la gelificazione. Sono presenti anche nella buccia dell’uva. Quando
sono sottoposte a fermentazione possono liberare metanolo che è tossico per il
sistema nervoso perché colpisce il nervo ottico portando a cecità, quindi è
necessario prestare particolare attenzione nella fermentazione del mosto per la
produzione di vino (il metanolo è la prima frazione che distilla, quello che
rimane è etanolo).
08/03/2012
Proteine
Le proteine sono
polimeri di peso molecolare generalmente elevato, costituiti principalmente da
aa.
Gli aa diffusi sono
venti ma non è detto che tutte le proteine presentino tutti e venti gli aa,
tuttavia si dice che per idrolisi di una proteina si ottengono circa 20 aa
distinti – si noti la differenza con gli eteropolimeri dei carboidari, ove
generalmente non sono presenti più di 3 diversi monosaccaridi.
Gli aa negli organismi
superiori (in particolare negli animali) sono sempre L, mentre nei
microrganismi si possono trovare anche aa D (soprattutto aspartico, glutammico
ed alanina, i quali derivano da D per intervento di racemasi)– poiché molti
alimenti derivano dalla fermentazione microbica è possibile trovare aa D
nell’alimentazione.
Alcuni aa D sono dolci
a differenza dei corrispondenti aa L.
Il parmigiano reggiano
più viene stagionato più viene esposto all’azione dei microrganismi e più sono
presenti aa della serie D (metodo per validare la stagionatura).
Nei succhi di frutta
di origine tropicale è possibile trovare aa della serie D lasciati da muffe che
vanno ad attaccare i frutti ancora attaccati alle piante.
Si tenga presente che
gli aa liberi negli alimenti corrispondono ad un’eccezione, spesso derivante da
incompleta sintesi proteica, infatti quasi tutti gli aa presenti negli alimenti
sono polimerizzati in proteine.
Gli aa sono sostanze
bianche, cristalline, di sapore variabile, alto-fondenti, insolubili in
solventi apolari ma ben solubili in acqua.
Dal punto di vista
chimico gli aa sono acidi organici che presentano gruppi amminici su uno o più
carboni.
In base al
sostituente, rappresentato dalla catena laterale R (legata al carbonio in alfa
al gruppo carbossilico) si distinguono aa basici, neutri ed acidi.
I singoli aa si
distinguono per la porzione R, che può essere:
-
Gruppi
R alifatici non polari (es. R=H, glicina o glicocolla);
-
Gruppi
R aromatici: proprietà lipofilica;
-
Gruppi
R polari non carichi;
-
Gruppi
R carichi +;
-
Gruppi
R carichi -.
La cisteina è un aa
solforato ed è un aa essenziale. La prolina è un aa ciclico, la catena laterale
è richiusa se sé stessa – questo fa si che sia particolarmente inerte e per
questo motivo è spesso accumulato tal quale in molti alimenti.
PROPRIETA’ CHIMICHE:
-
In
ambiente neutro formano sali interni, questo è il motivo per il quale si
solubilizzano in acqua – si trovano nella forma zwitterionica;
-
Sono
tutti alfa, ovvero il gruppo amminico è sempre in posizione alfa;
-
In
ambiente acido e basico formano sali;
-
Ad
eccezione della glicina sono molecole chirali.
Molti aa sono
sintetizzati dall’organismo, altri no, questi ultimi vengono detti essenziali –
arginina ed istidina sono essenziali solo per i bambini.
Sebbene il nostro
organismo sia in grado di sintetizzarli, molti aa vengono generalmente
introdotti con l’alimentazione e quindi l’organismo risparmia energia non
producendoli.
Gli aa che si
ottengono praticamente sempre per idrolisi delle proteine alimentari sono detti
ordinari, mentre quelli che si trovano solo saltuariamente sono detti
occasionali.
REATTIVITA’:
-
Condensazioni
tra aa: reazione tra il gruppo amminico di un aa ed il gruppo carbossilico di
un altro amminoacido con perdita di una molecola d’acqua – formazione di un
legame ammidico o peptidico.
-
Decarbossilazione:
perdita di una molecola di anidride carbonica e quindi accorciamento di una
unità di C – rimane il gruppo amminico, quindi rimane un’ammina. Tali ammine
generalmente posseggono cattivo odore (odore pesci dopo qualche giorno –
putrescine, cadaverine, …) e possiedono alta reattività. In alcuni formaggi la
deposizione di queste ammine è normale per via della fermentazione – tuttavia
alcune persone sono ipersensibili a tali ammine e possono avere mal di testa a
seguito dell’assunzione. La decarbossilazione può avvenire per mezzo di enzimi
endogeni, piuttosto che esogeni.
-
Reazione
di Maillard (vedi oltre).
La denaturazione è un
processo mediante il quale si ha variazione delle proprietà conformazionali
delle proteine stesse – nei cibi praticamente tutte le proteine sono denaturate
e, quindi, non si trovano mai nella forma nativa. La sensibilità delle proteine
al calore deve essere tenuta di conto quando si progetta un trattamento
termico.
Le proteine che
contengono un grande numero di residui aa acidi o basici, la carica finale
della proteina dipende dal pH. Cosa è il punto isoelettrico?
E’ il valore di pH per
il quale la carica complessiva della proteina risulta essere nulla – questo è
anche il punto di minore solubilità.
-
A
pH elevato abbiamo il gruppo carbossilico deprotonato, mentre quello amminico è
libero.
-
A
pH acidi i gruppi amminici sono protonati, mentre quelli carbossilici si
trovano come acidi indissociati.
-
Partendo
da pH acido, aggiungendo goccia a goccia della base arriverò ad un punto in cui
sulla proteina ho carica uguale a zero – punto isoelettrico.
A livello di
preparazione di alimenti posso sfruttare il punto isoelettrico per far
precipitare determinate proteine, separandole dalla miscela alimentare.
Nel latte sono
presenti due diverse famiglie di proteine: le caseine con punto isoelettrico
intorno a 4/5; mentre l’altra famiglia ha punto isoelettrico piuttosto alto.
Per preparare il
formaggio si lavora acidificando il latte, questo comporta la precipitazione
delle caseine, che si trascinano dietro anche i lipidi – infatti le caseine
formano micelle entro le quali sono mantenuti in sospensione anche i lipidi. Le
caseine sono ricche di aspartico, glutammico e di acido fosforico.
Le proteine di soia
sono particolarmente acide perché sono ricche di aspartico e glutammico –
questo è il primo passaggio per la produzione del tofù.
SISTEMI DI
CLASSIFICAZIONE DELLE PROTEINE:
Uno di questi è basato
sulla solubilità delle diverse proteine in condizioni controllate (Asburm).
-
Per prima cosa sono state separate
tutte quelle proteine solubili a qualsiasi pH in acqua distillata
(ALBUMINE) – se trattate a caldo queste proteine coagulano: albumine
(ovalbumina, lattoalbumina presente abbondantemente nel latte di donna – questo
le rende molto digeribili). Probabilmente sono a basso PM;
-
Proteine solubili in soluzioni
acquose saline diluite (GLOBULINE), anch’esse coagulano a
caldo: globuline, hanno forma sferica (lattoglobulina – molto presenti in latte
bovino, sieroglobulina, ovoglobuline e globuline vegetali – presenti molto
nella soia);
-
GLUTELINE: sono isnolubili in
acuqa ed in soluzioni saline diluite, ma sono solubili in alcali ed acidi
diluiti – molto comuni nel frumento, ove prendono il nome di glutemine.
-
PROLAMINE: insolubili in acqua ma
solubili in etanolo, questo significa che sono proteine poco solubili (sono
piuttosto lipofile, presentano ad esempio gruppi aromatici). Le prolamine danno
problemi a persone ciliache;
-
SCLEROPROTEINE: insolubili nei
solventi sopra indicati – alto peso molecolare. Sono utilizzate per la
produzione di gelatine;
-
ISTONI: solubili in acqua ma
insolubili in ammoniaca diluita. Hanno punto isoelettrico molto elevato
perché sono ricche di lisina ed arginina.
Esistono anche
proteine che presentano oltre agli amminoacidi anche degli altri residui
(proteine coniugate):
-
Fosfoproteine;
-
Lipoproteine:
importanti nei mammiferi perché permettono di trasportare i lipidi nel sangue;
-
Nucleoproteine:
si trovano nel nucleo della cellula – il gruppo prostetico (ovvero il gruppo
non aa) è costituito dagli acidi nucleici;
-
Cromoproteine:
il gruppo prostetico è un pigmento colorato, es. emoglobina e citocromi;
-
Glicoproteiene:
proteine che possiedono residui di zuccheri – alcune proteine della soia sono
glicoproteine e gli anticorpi.
Lipidi
FUNZIONI:
-
Molecole
strutturali delle membrane cellulari;
-
Riserva
di energia;
-
Rivestimento
e protezione dell’organismo;
-
Veicolo
di vitamine e di alcuni ormoni;
-
Funzioni
di comunicazioni tra le cellule.
COMPLESSI:
-
Semplici:
per idrolisi di ottiene alcoli ad acidi (legame estere)
n Gliceridi: acidi grassi esetrificati
con un glicerolo (polialcol);
n Ceridi: alcol a lunga catena + acido
grasso.
-
Complessi:
n Fosfogliceridi
n Sfingosidi
-
Insaponificabili:
n Composti steroidei;
n Vitamine o provitamine liposolubili.
Lipidi semplici:
-
Trigliceridi:
hanno nella struttura la glicerina (3 atomi di carbonio con cuiascuno una
funziona alcolica) – ogni funzione alcolica è esterificata con un acido grasso
(spesso tutti e tre diverse). In un trigliceride normale il peso della glicerina
è il 5%. I trigliceridi sono i lipidi che normalmente vengono definiti grassi
(sia animali che vegetali) e sono i più abbondanti.
Acidi grassi ubiquitari: palmitico,
stearico, oleico, linoleico.
Altri acidi grassi: acido arachidico
(olio d’arachide), acido euricico (olio di colza), acido butirrico (burro).
A
pH=0 per HCl nello stomaco questi composti sono particolarmente stabili perché
sono esteri, quindi si deve lavorare in ambienet basico – l’idrolisi dei
trigliceridi avviene in ambienete basico. Quindi nello stomaco i trigliceridi
non vengono idrolizzati (ma vengono idrolizzati a livelo dell’intestino
mediante le lipasi pancreatiche. Nell’intestino sono presenti anche
emulsionanti (acidi biliari) – questo è il motivo perché la digestione dei
grassi è più difficoltosa rispetto a quella di carboidarti e proteine. Acidi
grassi e glicerina dopo digestione vengono assorbiti separatamente. A livello
del tessuto adiposo avviene deposizione di trigliceridi, che si riformano dopo
l’assorbimento e vengono utilizzati come
riserva energetica.
-
Cere:
lipidi semplici più stabili dei trigliceridi. La loro idrolisi avviene sempre
in ambiente basico ma richiede catalizzatori più energici. Le cere vengono
utilizzate dagli organismi con funzione di difesa – le cere sono idrorepellenti (le mele ranette non si lucidano perché
possiedono poca cera sulla superficie -
infatti diventano anche un po’ passe).
Lipidi complessi:
-
Fosfogliceridi
(o fosfolipidi): sono poco abbondanti ma fondamentali. Sono definiti lipidi
cellulari poiché rientrano nella composizione della cellula.
Fosfatidilcolina o lecitina: il
fostao è coinvolto con due legami: lega la posizione 1 della glicerina, mentre
l’altro lega la colina che è un etano con un ammonio in posizione due (è un
sale interno, è uno zwitterione).
Fosfattidiletanolammina o cefalina è
un altro fosfolipide importante..
Queste strutture sono tensioattivi
poiché presentano una porzione lipofilca ed una porzione idrofilica. Sono
importanti perché costituiscono il doppio strato delle membrane cellulari.
Altri fosfolipidi di membrna sono la
fosfatidilserna e il fosfatidilinositolo (presenta un ciclo esano con OH come
sostituenti sui C, detto inositolo – il fosfatidilinositolo è molto presente negli alimenti).
Quando acquistiamo lecitina di soia
in realtà si acquista la fosfatidilcolina estratta dalla soia con etanolo.
Le lecitine sono presenti anche in
tutti gli organismi che presentano quantità irrilevanti di grasso.
Quotidianamente le assumiamo in
quantità abbastanza grandi. A livello industriale si usano le lecitine di soia
ma anche dell’uovo. La lecitina di soia oltre ad essere un tensioattivo ha
anche proprietà antiossidante per i grassi.nei vegetali le lecitine le troviamo
nelle leguminose e nei cereali, mentre negli animali nel tuorlo d’uovo, nel
tessuto nervoso e nella membrana cellulare. Le cefaline, che non hanno funzione
alimentare, accompagnano le lecitine nell’estrazione con etanolo.
-
Sfingolipidi:
contengono sfingosina, un amminoalcol con una lunga catena insatura, lega come
il glicerolo gli acidi grassi (1 solo) ma mediante legame ammidico. Negli
organismi vegetali troviamo le fitosingosine (anche 20 C), mentre negli animali
troviamo le sfingosine (principalmnte 10 atomi di C). Gli sfingolipidi
principali sono: sfingomielina (forma la guaina protettiva dei neuroni) e gli
sfingoglicolipidi (o cerebrossidi), che sono presenti nelle membrane delle
cellule nervose, ma si accumulano anche nei cerali. Nelle cellule nervose
troviamo il galattosio mentre nel latte il lattosio, nei cereali il glucosio.
-
Glicolipidi:
sono costituiti da un glicerolo, esterificato con due acidi grassi e legante
uno zucchero. Lo zucchero è spesso galattosio, ma può essere anche glucosio –
nel mondo vegetale si può avere anche una piccola catena oligosaccaridica.
La composizione di lipidi negli
alimenti varia molto: quando sono presenti molti grassi questi generalmente
sono trigliceridi – funzione di accumulo, mentre meno ce ne sono maggiori sono
quelli strutturali (ad esempio fosfolipi e glicolipidi).
Gli
acidi grassi a catena più corta determinano maggiore fluidità delle membrane
perché si instaurano meno interazioni di W.d.W – al contrario acidi grassi a
catena più lunga determinano maggiore riditù e compattezza delle membrane.
09/03/2012
Il colesterolo e gli altri steroli
deriva dallo squalene (deriva dall’assemblamento di 6 molecole di isoprene e
presenta un evidente piano di simmetria). Il prototipo degli steroli è il
colesterolo – molecola tipica degli organismi animali (scardinamento dei
meccanismi di omeostasi del colesterolo causano patologie).
I vegetali possiedono sostanze con
struttura simile al colesterolo, ma la catena R in posizione 24 presenta un
metile derivante da metionina (il C prende il numero 28) – i medesimi enzimi
permettono di aggiungere un altro metile dalla metionina (posizione 28 – di
fatto si lega un etile in posizione 24).
Nelle catene R è possibile avere
varie posizioni di saponificazione.
L’analisi degli steroli è abbastanza
semplice e permette di comprendere l’origine di un certo olio.
Gli steroidi negli animali
costituiscono i sali biliari, gli ormoni corticosurrenali e sessuali e la
provitamina D.
Altre sostanze che derivano dallo
squalene sono gli alcoli tri-terpenici (a differenza del colesterolo presentano
5 anelli a 6 termini) – possono presentare più funzioni alcoliche.
Nutrienti
minori
Ci sono negli alimenti
tutta una serie di componenti privi di valore nutritivo, che però:
-
Posseggono
proprietà organolettiche (colore, sapore, ecc…)
-
Posseggono
proprietà digestive;
-
Posseggono
proprietà antiossidanti (quindi hanno effetto positivo sulla salute).
ETANOLO:
Se zuccheri e proteine
forniscono 4 kcal/g ed i lipidi ne forniscono 9 kcal/g l’etanolo ne fornisce 7
di kcal/g – per questo motivo non può essere considerato a tutti gli effetti un
nutriente minore. L’etanolo è una sostanza molto più ridotta di uno zucchero
(viene, infatti, prodotta per mezzo della fermentazione alcolica al fine di
riossidare il NAD.
L’alcol è uno
stimolante del sistema nervoso, ma se assunto in quantità elevate è tossico.
Spesso gli alcolisti
possono incorrere in problemi di malnutrizione, infatti le calorie dell’etanolo
sono considerate “calorie vuote”, ovvero non portano a sazietà. Altre cause di
malnutrizione negli alcolisti sono:
-
Carenze
vitaminiche;
-
Alterato
metabolismo epatico;
-
Carenze
di Zn;
-
Malassorbimento.
Se l’alcol viene
assunto a stomaco vuoto viene assorbito subito (unico alimento) e quindi da
effetto immediato. L’assorbimento è rallentato dai cibi grassi ed aumentato
dalle bevande gassate.
Effetti tossicologici
acuti sul SNC – gli effetti dipendono dalla concentrazione in cui viene assunto
etanolo:
-
50-100
mg/dL: sedazione, ansiolisi, disinibizione, aumento dei tempi di reazione,
riduzione del campo visivo;
-
80-100
mg/dL: incapacità di guidare, atassia;
-
100-200:
incordinazione motoria, dislali (difficoltà nel poter parlare correttamente)
-
200-300
mg/dL: emessi, stupore;
-
300-400
mg/dL: coma (che può essere reversibile);
-
>400
mg/dL: depressione respiratoria e morte.
Effetti cronici sul
SNC:
-
Con
la TAC è stato dimostrato che persone dedite all’alcol vedono una diminuzione
della massa cerebrale (in modo particolare si riducono i lobi fronatli che sono
importanti nell’intelligenza e nelle relazioni) – ciò è più accentuato nei
soggetti anziani. Problematiche alla vista sono dovute pricipalmente alla
copresenza di metanolo (il metanolo è tossico per il nervo ottico –
sofisticazioni del vino con metanolo possono condurre ad effetti estremamente
gravi);
-
Effetti
neurotossici: alterazione del metabolismo cerebrale ed alterazioni a carico dei
neurotrasmettitori;
-
Carenze
vitaminiche e minerali: carenze vityamine del gruppo B, magnesio e tiamina;
-
Gravi
effetti a carico del fegato che comportano una riduzione dell’azione di
detossificazione.
PRODOTTI NERVINI:
Quasi tutte le
popolazioni del mondo consumano dopo il pasto una bevanda che contiene sostanze
note come nervine: caffeina, teobromina e teofillina.
Il tè (caffeina e
teofillina), il caffè ed il cacao contengono queste sostanza.
I soggetti intolleranti
alla caffeina sono persone che non presentano enzimi in grado di trattare
queste molecole. I prodotti nervini agiscono a livello del SNC determinando un
aumento della concentrazione e della veglia.
LIGNINA:
E’ un polimero che
accompagna la cellulosa donandole resistenza (nelle strutture vegetali la
cellulosa dona elasticità mentre la lignina dona resistenza). E’ un polimero
molto complesso costituito da monomeri conteneteti molte funzioni alcoliche e
anelli aromatici. Come la cellulosa, risulta essere indigeribili dall’apparato
GI umano.
TANNINI:
Sono oligomeri che
somigliano alla lignina (hanno comunque peso molecolare non elevatissimo) – se
ne trovano di idrolizzabili e di non idrolizzabili. Alcuni tannini
idrolizzabili sono presenti nel tè e si manifestano quando il tè caldo si
raffredda (sono molto solubili in acqua calda). I tannini sono presenti anche
nei vini.
FATTORI
ANTINUTRIZIONALI:
Sono sostanze che si
trovano soprattutto nelle piante, spesso con scopo di difesa all’interno dei
semi. Queste sostanze rendono difficile la nutrizione, perché possono evere
effetti tossici o allergizzanti, oppure possono determinare una difficoltosa
assimilizazione di nutrienti importanti (quali ad es. le vitamine).
N.B. i tannini stessi
sono considerati anti-nutrizionali
Cereali e legumi
contengono moliti fatti anti-nutrizionali – fortunatamnete la loro azione viene
inibita dalla cottura.
Fattori
antinutrizionali – possono essere sia piccole molecole che sistemi complessi:
-
Acido fitico: inositolo con funzioni
alcoliche sostituite con fosfato – quindi è un composto carico negativamente
che lega ioni (anche con più carica positiva) formando sali insolubili e
pesanti (chelante dei metalli che ne
limita la biodisponibilità);
-
Tannini: legano le proteasi nello
stomaco impendendone la funzione – quindi è per questo motivo che alcune
persone non riescono a bere il tè;
-
Lectine: sono glicoproteine presenti
soprattutto nei fagioli che legano le cellule dell’epitelio intestinale
ostacolando l’assorbimento di altre sostanze (rendendone quindi difficile
la digestione).
-
Inibitori della tripsina: inibiscono
la proteasi e quindi la digeribilità delle proteine;
-
Solanina, prodotta dalle patate
(solanacee come pomodori, melanzane e peperoni) quando diventano verdi: deriva
dallo squalene ma è un alcaloide per la presenza di N. La patata è un fusto
sotterraneo in grado di fare fotosintesi come tutti i fusti delle solanacee, la
fotosintesi viene fatta quando la patata viene esposta alla luce. Determina
patologie intestinale.
-
Acido ossalico: chela Fe e Ca e li
rende meno biodisponibili.
-
Goitrina contenuta nella colza: lega
lo iodio rendendolo meno biodisponibile.
-
Linamarina presente nella cassava
(nei noccioli di pesche e nelle mandorle amare, nei semi di mele e pere ): libera
HCN durante la digestione causando possibile avvelenamento. La linamarina è
una molecola di glucosio condensata legata ad una cianidrina in
corrispondenza dell’OH anomerico – in
ambiente acido (gastrico) si libera la cianidrina per rottura la del legame
O-glicosidico da cui puoi deriva l’acido cianidrico. La pianta quindi ha
sviluppato un meccanismo per mascherare una sostanza tossica – concetto
ripreseo nel pro-drug della Chimica Farmaceutica.
Metodiche
analitiche generali
L’analisi quantitativa
riferita agli alimenti è fondamentale sia per valutare la qualità del prodotto
che per evidenziare eventuali frodi alimentari.
DETERMINAZIONE DELLA
PERCENTUALE DI ACQUA:
La % di acqua è
importante per determinare la conservabilità di un alimento. Determinare la
quantità di acqua è più semplice per gli alimenti con poca acqua.
Vediamo l’esempio del
latte:
-
Prendere
10g di latte (precisi);
-
Posti
una capsula tarata;
-
Evaporare
a secco in bagnomaria;
-
Si
mette in stufa a 105°C per circa 2h;
-
Si
raffredda, quindi si pesa.
-
Si
controlla che dopo ulteriore riscaldamento non vi sia cambiamento di peso.
Peso secco % del
campione =( peso/peso campione) x 100, dal peso secco per sottrazione si
determina la percentuale di acqua.
Per gli alimenti
secchi non è necessario evaporare nulla, tuttavia il campione deve essere
finemente macinato, quindi posto in stufa.
DETERMINAZIONE DELLE
CENERI:
La determinazione
delle ceneri permette di valutare la quantità di materia inorganica presente
nel campione.
Sul campione su cui è
stata eseguita la determinazione dell’acuqa si procede alla determinazione
delle ceneri.
-
Trasferire
il campione in una capsula di platino;
-
Porre
in stufa a 500°C per 2 o 3 h;
-
Raffreddare
e pesare (verificare che il peso rimanga costante).
Questo metodo non è
particolarmente preciso per la detrminazione del peso esatto dei sali minerali,
perché alcuni cationi inorganici possono essere legati ad anioni organici che a
queste temperature degradano – tuttavia siccome degradano sempre allo stesso
modo si può avere un confronto.
DETERMINAZIONE DELLA
FRAZIONE LIPIDICA:
Per la determinazione dei lipidi si
usa il SOXHLET.
-
Nel
pallone si pone il solvente – sotto il pallone è accesa una fiammo, o comunque
una fonte di calore;
-
La
porzione del sifone che accumula il solvente si
riempe fino all’altezza della curva – le prime gocce che che cadono
risucchiano tutto il contenuto del sifone.
-
Nella
porzione su menzionata si pone un ditale (una provetta di carta da filtro) che
contiene una quantità ben nota di campione.
-
Il
solvente quando rimane nel sifone solubilizza i lipidi del campione in esso
solubili e poi li riversa nel pallone – il solvente evapora dal pallone senza
lipidi, i quali si depositeranno sul fondo. Il solvente evaporato mediante un
sistema a condensazione a ricaduta ritorna nel sifone.
-
Poi
evaporo tutto il solvente e peso i lipidi.
Il SOXHELT permette di
separare i lipidi da un campione senza scaldare il campione stesso e quindi
senza danneggiarlo.
Questo strumento è
utilizzato anche per l’analisi di quelle sostanze liposulbili negli
alimenti(quindi anche inquinanti liposolubili) – tuttavia se il campione non è
solido si miscela con sabbia.
Il SOXHLET permette
analisi molto precise, tuttavia richiede tempi ore: l’estrazione viene fatta
con etere per alcune ore.
DETERMINAZIONE DEGLI ZUCCHERI RIDUCENTI NEI CAMPIONI:
Gli zuccheri sono riducenti perché si ossidano facilmente – in particolare riducono il Cu(II) a Cu(I) in ambiente basico (si forma Cu2O che precipita come precipitato rosso mattone).
Gli zuccheri sono riducenti perché si ossidano facilmente – in particolare riducono il Cu(II) a Cu(I) in ambiente basico (si forma Cu2O che precipita come precipitato rosso mattone).
Fehling mise al punto
la procedura di analisi, ma si accorse che il titolante non era stabile e
quindi doveva essere preparato estemporaneamente – in realtà scoprì anche che
il reattivo titolante potevano essere costituito mescolando due soluzioni
separate, stabili: Fehling A e Fehling B.
Procedura (per la
determinazione degli zuccheri riducenti nel latte):
-
5
g di latte diluito in 5 mL di acuqa;
-
Aggiungere
qualche goccia di HAc per fare precipitare le caseine con i lipdi (i lipidi
sono presenti nei globuli grassi ove le caseine costituiscono lo strato esterno
che gli permette di rimanere in soluzione) – quindi rimane un siero (limpido –
le proteine del siero non precipitano facilmente);
-
Porre
il siero nella buretta;
-
Porre
in una beuta 5mL di reattivo FA e 5 mL di FB poi aggiunere 40 mL di acqua;
-
Scaldare
(per questo motivo non si può porre il titolante in beuta);
-
Aggiungere il siero goccia a goccia:
si ha la precipitazione di Cu2O;
-
Aggiungere
qualche goccia di blu di metilene
(indicatore redox) ottenendo un viraggio dal verdastro al rosso vivo (in
realtà l’indicatore diventa incolore ed il rosso è dovtuo al precipitato)
quando ci si avvicina all’equivalenza;
-
Completare
la tutolazione – al punto di equivalenza la beuta si colora di rosso.
DETERMINAZIONE DI
ZUCCHERI NON RIDUCENTI:
Negli alimenti
essenzialmente è saccarosio – per analizzarlo è necessario idrolizzarlo
ottenendo glucosio e fruttosio che sono riducenti e quindi possono essere
analizzati come sopra. Sottraendo il nuovo valore ottenuto con quello della
prima analisi degli zuccheri riducenti si ottiene la quantità di zuccheri non
riducenti.
22/03/2012
DETERMINAZIONE DELLA
FIBRA (METODO GRAVIMETRICO):
La fibra è qualcosa di
molto resistende dal punto di vista chimico (non viene digerita dall’apparato
gastroenterico umano) – è composta principalmente da cellulosa e lignina.
-
Si
pesano 2g;
-
Si
polverizzano finemente;
-
Si
lava con solventi per eliminare la componente lipidica – se la componente
lipidica supera il 10% si bolle per 30min in acido solforico all’1.25 per
ottenere la completa idrolisi dei lipidi;
-
Si
filtra;
-
Si
lava con acqua calda per eliminare l’acido solforico e le altre sostanze
disciolte;
-
Si
bolle per un’altra mezzora con soda (questo elimina completamente i lipidi);
-
Si
essicca;
-
Si
pesa - tuttavia è possibile la presenza di sali minerali, quindi si ripesa.
Tutti questi
trattamenti mirano a far rimanere nel campione solo la fibra, che come detto è
caratetrizzata da una elevata inerzia chimica.
DETERMINAZIONE DELLE
PROTEINE:
Un metodo per la
determinazione della frazione proteica è quello di Kjeldahl, che prevede la
determinazione dell’azoto nel campione in analisi, il quale poi permette la
quantizzazione proteica per mezzo di opportuni fattori di conversione. In
questo metodo sio trascura il quantitativo di azoto non proteico.
-
Pesare esattamente 2/3 g di campione;
Pesare esattamente 2/3 g di campione;
-
In
un pallone inseire acido solforico concentrato, solfato di sodio e quantità
catalitiche di rame e selenio. Queste condizioni permettono sicuramente
l’idrolisi proteica;
-
Introdurre
il campione nel pallone, che verrà agganciato (successivamente) ad un sistema
di condensazione a ricadere;
-
Scaldare
il pallone per 2h, prestando massima attenzione – in questo processo si forma
ammonio solfato;
-
Si
aggiunge una base (NaOH) in modo tale che si formi ammoniaca, ma prima dell’acqua
(per mezzo di un gocciolatore) per diluire. L’ammoniaca viene distillata
insieme all’acqua (agganciare il sistema di distillazione a ricadere);
-
Nel
recipiente di raccolta viene inserito una concentrazione nota di acido diluito
che mi permette di trasformare tutta l’ammoniaca (volatile) in ione ammonio. Le
moli di acido devono essere in eccesso rispetto a quelle di ammoniaca previste;
-
Si
retro-titola l’acido in eccesso. Uso il metil-arancio perché mi da il viraggio
a pH circa 4.5 – se usassi la fenolftaleina arriverei a titolare anche
l’ammonio.
Per comodità è
possibile utilizzare concentrazioni identiche di acido debole e soda.
Il fattore di
conversione è intorno a 6 (quello generale è 6.25): il fattore per il latte è
6.38, mentre quello del frumento a 5.70 – ha chiaramente più N il frumento
(dovuti a derivati ammidici dell’acido glutammico e dell’aspartato – quindi non
dipende dalla lisina).
Esiste un metodo alternativo per la
determinazione dell’N – anche perché la tecnica sopra scritta presenta due
difetti:
-
Si
utilizzano sostanze pericolose;
-
Impatto
ambientale dei reflui.
Il metodo alternativo utilizza un
gas-cromatografo (GC).
Il campione viene bruciato.
Dopo
ossidazione si ha la formazione di una miscela complessa di ossidi di N; quindi
si lavora successivamente in un reattore riducente a T più bassa rispetto a
quella ossidante che produce N2 (che
viene separato mediante una serie di filtri). I reattori di ossidazione e
riduzione, come detto lavorano a temperature diverse e contengono catalizzatori
che favoriscono nel primo l’ossidazione dell’analita, mentre nel secondo la
riduzione dei prodotti di ossidazione.
La colonna gascromatografica è sempre
termostatata.
Il rilevatore in uscita è basato sul
fatto che i diversi gas hanno diversa conducibilità termica.
Anche qui si determina l’azoto,
quindi poi va sempre utilizzato un fattore di conversione – i risultati dei due
metodi sono analoghi, tuttavia questo secondo procedimento è decisamente più
rapido, sicuro ed economico.
Effetti
termici sugli alimenti
Quando prendiamo in considerazione
gli alimenti dobbiamo utilizzare un’ottica ben diversa – infatti generalmente
gli alimenti vengono cotti, quindi le molecole organiche non si trovano
praticamente mai nella loro forma nativa.
Gli alimenti possono imbrunire per
due motivi:
-
Enzimatico:
ad esempio ossidasi nella mela lasciata tagliata e all’aria;
-
Termico:
reazione di Maillard. Non è necessario raggiungere alte temperature, ma in tal
caso ci vuole più tempo.
Generalmente l’imbrunimento
dell’alimento non è un evento positivo, infatti oltre ad essere alterate le
proprietà organolettiche è possibile che vengano prodotte .
Ling nel 1908 osservò che
l’imbrunimento del malto (seme con radice) poteva essere dovuta ad una reazione
tra un amminoacido ed uno zucchero.
L’entrata di acqua all’interno del
seme scatena una serie di processi enzimatici che idrolizzano l’amido a
glucosio e maltosio – questi, poi, in determinate condizioni possono reagire
con gli aa.
Maillard (chimico organico puro) nel
1912 studiando un metodo per la sintesi di polichetidi partendeo da una miscela
di aa, di alcoli e di zuccheri riducenti – osservò che si sviluppava anidride
carbonica secondo una reazione non ancora nota. Egli si dedicò a studiare tale
reazione.
La reazione di Maillard venne
studiata, dopo la pausa della Prima Guerra Mondiale, ed in particolare durante
la Seconda Guerra Mondiale con lo sviluppo della grande industria alimentare.
Zucceri riducenti + aa o
proteine -> basi di Schiff -> per reazione di trasposizione si ha la
formazione di composti detti “composti di Amadori” -> per fissione si
producono composti volatilipolimeri e composti a basso PM ma non volatili –
tali prodotti sono responsabili di conferire odore, sapore e colore
all’alimento a seguito della reazione di Maillard.
Tali polimeri contengono N che
Maillard determinò con il metodo di Kjendal.
Zucchero
+ ammina óammino-zucchero
(N va sempre in posizione equatoriale).
Se si scrive il prodotto in Fischer
si osserva che è una base di Shiff che può dare una serie di tautomerie
cheto-enoliche, che tendono a formare un chetone, tuttavia se si ciclizza da
capo si ottiene un fruttosio sostituito. Quindi in presenza di ammine è
possibile convertire glucosio in fruttosio, in realtà non è indispensabile l’ammina.
Ciò comporta:
-
Frammentazione
degli zuccheri;
-
Glicosilazione
della lisina nelle proteine (la lisina è l’aa che possiede un ammina primaria
come residuo R) – tale reazione non necessariamnete richiede alta T. Alte
concentrazioni di glucosio nelle persone diabetiche possono andare a
glicosilare le proteine, in particolare quelle del cristallino – catarratta.
La
reazione di Strecker permette di capire il motivo per il quale si forma CO2:
Frammenti di zuccheri possono avere
due gruppi carbonilici in posizone alfa fra di loro che se reagiscono con un aa
comportano la formazione di una base di Shiff, che di fatto è un altro aa.
Decarbossilazione (perdita di
anidride carbonica) della molecola con un meccanismo concertato con formazione
di un enolo – che tenderà a dare chetoni ed aldeidi; tuttavia tale enolo è
anche una base di Shiff.
Formazione delle pirazine: composti
aromatici per i quali abbiamo una sensibilità olfattiva particolarmente
sviluppata (nel caffè, nel pane tostato le molecole di impatto olfattivo sono
queste). N.B. nel pane tostato non nell’impatto del pane – la pasta della pizza
non ha particolare profumo prima di essere cotta!
Si formano comosti con proprietà
antiosidande.
Si perde parte del valore
nutrizionale: per distruzione di zuccheri (non ha particolare importanza visto
l’eccesso col quale vengono consumati) e di lisina.
Inibizione della crescita di
microrganismi e sviliuppo di fattori
tossici.
Quali sono i fattori che influenzano
la reazione di Maillard?
-
Temperatura:
alcune particolari reazioni comprese in quella di Maillard in realtà avvengono
tranquillamente anche a T fisiologiche. Tuttavia più la temperatura è alta più
la velocità aumenta (a 80°C la velocità di reazione è 4000 volte maggiore
rispetto a quella di 0°C). A T ambiente si formano i composti di Amadori,
tuttavia non si ha la formazione di alcun composto tossico o che possa
compromettere le caratteristiche organolettiche del prodotto.
-
pH:
più alto è il pH più veloce è la reazione. Genarlemnete gli alimenti sono
neutri o acidi e quasi mai basici, alcuni frutti hanno pH che possono scendere
sino a 3.5 (limite minimo). A pH elevato è favorita la formazione delle
pirazine.
-
Contenuto
di acqua: più basso è il contenuto di acqua più la velocità è alta (perché i
reagenti sono più concentrati) – però se
manca acqua la reazione si blocca. Durante la disidratazione del latte si
rischia di aumentare la velocità di reazione, nella produzione del latte in
polvere per bambini.
REATTIVITA’ DEGLI ZUCCHERI:
Gli esosi sono più lenti dei pentosi,
perché sono ad un livello energetico minore (sono infatti più stabili gli
anelli a 6 termini rispetto a quelli a 5 termini). Chiaramente non possono
reagire zuccheri disaccaridi non riducenti.
Nei disaccaridi lo zucchero che
reagisce è quello posto a livello dell’estremità riducente – comunque la
reazione con i monosaccaridi è più rapida (questo in realtà è un concetto del
tutto generale). Saccarosio non reagisce perché non è riducente – reagisce solo
se posto in condizioni di idrolizzarsi, ovvero quando libera fruttosio e
glucosio.
Il fruttosio reagisce meno del
gluociso perché i chetoni (chetosi) sono meno reattivi delle aldeidi (aldosi).
Alcuni alimenti non contengono
zuccheri riducenti – sono necessarie reazioni di fermentazione per la
produzione di zuccheri riducenti.
REATTIVITA’ DEGLI AMMINOACIDI:
Gli aa liberi sono piuttosto reattivi
– tuttavia negli alimenti gli aa liberi sono poco frequenti (si trova la
prolina, che però è poco rattiva perché ciclico). La lisina è molto reattiva.
Aspartico e Glutamico sono particolarmente inerti.
Amminoacidi solforati liberi in
piccole quantità sono presenti nell’uovo e nel latte. Il tipo di aa che
reagisce determina variazioni nelle caratteristiche organolettiche del prodotto
di reazione.
Anche le proteine posono reagire.
LA MAILLARD NEGLI ALIMENTI:
Nel caffè, nel cioccolato, nei
prodotti da forno ed, entro certi limiti, nella carne è ricercata (sempre sotto
controllo), mentre in prodotti quali il latte e succhi di frutta è strettamente
evitata. La reazione di Maillard è effetto collaterale da evitare in processi
quali la pastorizzazione, la sterilizzazione, la disidratazione e la
conservazione.
In modo particolare nel latte si
vuole attentamente evitare che occora tale reazione al fine di non modificare le
caratteristiche proprie di tale alimento
Nel controllo di qualità degli
alimenti l’osservazione della reazione di Maillard è importante.
Parametri:
Furosina: deriva dalla reazione del
fruttosio (o lattosio) con la lisina
(fruttosil-lisina e lattulosil-lisina) all’interno di una sequenza
proteica a seguito di idrolisi. Può essere analizzata con una certa facilità
(generalmente utilizzando High Performance Liquid Cromatography – HPLC) ed
inoltre è molto utile perché la quantità di furosina è proporzionale
all’estensione della reazione di Maillard. In particolare questo parametro è
utilizzato per valutare i trattamenti termici atti alla conservazione del
latte. A tal proposito Reismini ha proposto un metodo per distinguere i diversi
latti (crudo, basso pastorizzato, alto pastorizzato, UHT diretto, UHT
indiretto, sterilizzato in bottiglia, disidratato mediante spray-drying e
roller-drying) – in questo modo è, quindi, possibile valutare eventuali
aggiunte di latte ricostituito (ovvero latte prima disidratato e quindi poi
ridisciolto) ove non consentito. Tale metodo prevede la precipitazione delle
proteine del latte non del siero (caseine), sulle quali, poi, viene eseguita
l’analisi della furanosina per HPLC – ogni tipologia di latte ha determinati
range di valori per la furanosina.
Anche la qualità del miele può essere
valutata mediante il test della furanosina.
Aromi della
reazione di Maillard:
-
Dagli
zuccheri (o meglio i C sono solo degli zuccheri): ciclo pentanoni, acidi
alifatici, aldeidi, chetoni, furani, furanoni e piranoni;
-
Dagli
aa acidi: aldeidi di Strecker, composti solforati ed acido sulfidrico;
-
Da
interazioni complessi: piridine, pirazine , pirroli, ...
Gli aromi della carne sono spesso
solforati, molti di questi composti non erano mai stati osservate prima d’ora.
Per analizzare gli aromi si utilizza
un gascromatografo con mascherina per annusare gli aromi che escono uno alla
volta e si cronometra – sniffing port (è il detector!).
Formazione del colore: MELANOIDINE:
Nessun alimento viene trattato a T
tanto elevate qaunto il caffè durante la tostatura.
Le melanoidine sono dei polimeri
(conteneti N) strani perché si formano non per via enzimatica ma per via
termica alla fine della reazione di Maillard – quindi non sono polimeri tutti
uguali.
Hanno colore molto intenso, tra il
marrone ed il nero. Legano i metalli rendendoli meno disponibili (alcuni
metalli sono ossidanti e quindi le melanoidine hanno attività antiossidante).
Non vengono assorbite dall’intestino ed in un certo senso, quindi, fanno parte
della fibra alimantare. Le melanoidine sfavoriscono l’adesione dei batteri
delle carie ai denti.
Le conseguenze della reazione di
Maillard sono, come detto, l’imbrunimento, ma anche la fluorescenza.
A seguito di trattamenti termici,
come ad esempio la cottura, si possono
liberare dagli alimenti sostanze tossiche, quali:
-
Imidazochinoline
IQ;
-
Chinossaline
IQx;
-
Composti
correlati HA’s: carboline.
Tali composti sono classificati dallo
IARC come possibili cancerogeni (classe 2B) – una imidazochinolina è, invece,
classificata come cancerogeno probabile (classe 2A). Il potere cancerogeno è
riferito al colon-retto. Tali dati derivano da indagini che osservano le
correlazioni consumo di carne molto cotta tumore e da esperimenti condotti su
cavie animali.
HA’s si formano in diversi metodi di
cottura di carne e pesce, in particolare in relazione al tipo di cottura si
osserva:
-
Lessatura-umido:
la temperatura è troppo bassa per la loro formazione;
-
Frittura:
l’olio ha funzione isolante efficace;
-
Scottatura
con poco condimento: favorita la loro formazione;
-
Forno:
la formazione è discreta – ma la cottura lunga favorisce;
-
Ai
ferri: metodo che più di tutti favorisce la loro formazione per contatto
diretto con la griglia arroventata;
Questi composti si formano in modo
particolare sulla superficie della carne e si accumulano nel fondo di cottura,
che non va mai reciclato!
L’acrilamide è considerata dallo IARC
un cancerogeno probabile – WHO e FAO hanno evidenziato la necessità di nuovi
studi che permettano di dimostrare chiaramenti il rischio su esposto sull’uomo
e non solo sugli animali da esperimento.
29/03/2012
Oli
vegetali
ACIDI GRASSI INSATURI:
Gli acidi grassi
insaturi sono caratterizzati dalla presenza di uno o più doppi legami, i quali
possono essere isolati oppure coniugati (non sono mai cumulati). Vista la
presenza di doppi legami sono possibili isomeri CIS/TRANS. In natura,
generalmente, gli acidi grassi insaturi si presentano tutti sotto forma di
isomeri CIS con doppi legami isolati – questa caratteristica permette di
evidenziare processi di rettifica o di sintesi artificiale, inffati in tali
casi si ha la formazione dell’isomero più stabile, TRANS, e di dieni o trieni
(anch’essi più stabili rispetto a i doppi legami isolati).
Industrialmente si può
avere l’isomerizazione da CIS a TRANS di acido grasso insaturo originariamente
naturale, ad esempio l’acido oleico (CIS) può isomerizzare ad acido elaidinico
(TRANS) – i due isomeri hanno un metabolismo diverso e proprietà fisiche
diverse. L’ismoerizzazione CIS/TRANS è favorita dai processi di idrogenazione
(processo indispensabile per la preparazione della margarina).
I vegetali possono
sintetizzare acidi grassi a partire da anidride carbonica ed acqua per mezzo
dell’energia solare – in tale processo di sintesi gioca un ruolo fondamentale
l’acetil-CoA. Gli organismi animali, invece, non sono in grado di sintetizzare
tali molecole, tuttavia possono modificare quelle introdotte mediante la dieta
(allungando, demolendo e saturando la catena – ma non possono mai inserire
doppi legami in posizione 3 e 6. Solo le
piante possono eseguire tale trasformazione: oleico -> linoleico ->
linolenico. Per gli animali gli acidi grassi polinsaturi risultano essere
essenziali (quindi devono essere necessariamente introdotti con la dieta.
Come è noto, i
trigliceridi, sono composti da una molecola di glicerolo esterificata nelle sue
funzioni alcoliche con tre molecole di acido grasso: solo il 2% dei
trigliceridi presenta un acido grasso saturo in posizione 2, con l’eccezione
dello strutto. Tale regola permette di evidenziare gli oli esterificati, o di
sintesi.
L’olio di oliva
presenta il 60% dei trigliceridi conteneti tutti e tre acidi grassi insaturi.
Gli acidi grassi insaturi prevalenti dell’olio di oliva sono l’oleico ed il
linoleico, mentre quelli saturi sono il palmitico e lo stearico.
Gli oli sono sostanze
maggiormente insaturate, presenti allo stato liquido – mentre i grassi sono
sostanze a maggiore grado di saturazione, presenti allo stato solido. Tali
sostanze hanno una densità minore dell’acqua (0.80 – 0.92 Kg/L) e risultano
essere insolubili in essa, mentre lo sono in solventi quali: l’etere etilico,
l’etere di petrolio, il tetraclorometano, l’esano, il benzene, il cicloesano…
sono poco solubili a freddo negli alcoli. Scaldando oltre i il punto di fumo si
ha la formazione di vapori di acroleina (sostanza tossica per il fegato, irritante per la mucosa gastrica e con
effetto di depressione sul SN) e dei saponi.
ALTERAZIONE DEI GRASSI
O IRRANCIDIMENTO:
-
Per
idrolisi: tale processo è catalizzato dalla lipasi – a partire dai trigliceridi
si ottengono acidi grassi liberi e digliceridi (la presenza di questi ultimi è
tuttavia normale, infatti sono intermedi della biosintesi del trigliceride
finale). Il burro si idrolizza facilmente, liberando acido butirrico, capronico
e caprilico (acidi grassi di odore sgradevoli). Le olive caduet a
terrafermentano liberando acidi grassi liberi, che conferiscono all’olio
prodotto da tali olive (olio lampante) un’elevata acidità – per questo motivo
tale prodotto deve necessariamente essere raffinato per essere reso
commestibile;
-
Per
autossidazione: può essere indotta, ovvero catalizzata da enzimi quali la
lipossigenasi, oppure spontanea, ovvero idotta da agenti esterni, quali la
luce, il calore ed i metalli. Anche l’autossidazione determina variazione
consideravoli (perggioramento) dei caratteri organolettici – irrancidimento del
grasso.
Poichè la velocità di irrancidimento
è proporzionale alla al grado di insaturazione, gli oli, che come detto posseggono
alto contenuto di acidi grassi insaturi, andranno più velocemente incontro a
tale processo.
L’autossidazione consta di due fasi:
n
Formazione di idroperossidi ed altri composti primari: si
ha l’estrazione omolitica di un H, con formazione di un radicale libero – tali
composti, come è noto, sono caratterizzati da elevata reattività, infatti
possono strappare idrogeni ad altre molecole o legarsi a doppi legami di
molecole quali il DNA, determinando azione mutagena e genotossica – sono,
inoltre, agenti che possono determinare danno alle membrane cellulari. Il
radicale che si forma è allilico o biallilico per ragioni di stabilità.
Successivamente alla formazione del radicale reazioni a catena determinano la
formazione di mono-idroperossidi, che a loro volta possono reagire con
l’ossigeno determinando una nuova cascata di reazioni. Tale processo determina,
negli acidi grassi polinsaturi, delle isomerizzazioni.
n
Formazione di prodotti di fissione e polimerizzazione: determina la formazione di molecole, la cui
struttura non è ancora del tutto nota (sono comunque polimeri). Si ha anche la
formazione di aldeidi con odore estremamente sgradevole e di polimeri di
trigliceridi di sapore amaro e con odore di vernice.La formazione di polimeri
aumenta con la temperatura.
Al fine di contrastare la formazione
di polimeri è opportuno durante la conservazione: eliminara l’aria, escludere
la luce, escludere i metalli ed addizionare antiossidanti.
Come più volte
affermato, la cottura degli alimenti determina modificazioni consistenti della
loro struttura chimica, in questo caso anche più profonde di quelli ottenuti
per rettifica industriale. Tali processi sono determinati dalla natura
dell’acido grasso, dallo stato di conservazione e dalla natura del cibo (i cibi
che presentano alto contenuto di acqua favoriscono l’idrolisi del grasso,
mentre i cibi che contengono acido arachidonico, molto ossidabile, lo cedono
all’olio di cottura.
Durante la cottura si
possono liberare sostanze tossiche quali l’acroleina (vedi sopra) e perossidi/idroperossidi.
Poiché l’ossidazione è
molto più rapida se gli oli sono insaturi è opportuno tenere presente che oli
molto polinsaturi non sono adatti alla frittura; risultano invece adatti l’olio
di oliva ed alcuni oli di semi, ma anche burro, strutto e margarina.
N.B. gli oli ed i
grassi non vanno mai riscaldati più volte!
12/04/2012
Gli acidi grassi
polinsaturi sono anche detti PUFA sono:
-
Omega-9:
un doppio legame è distante 9C dall’ultimo metile. Fanno parte di questa serie:
acido oleico, acido erucico (poco diffuso) e acido nervonico (comune negli oli
di pesce). Questi grassi sono tutti monoinsaturi e variano per la lunghezza
della catena;
-
Omega-6:
il primo doppio legame è distante 6C dall’ultimo metile. Fanno parte di questa
serie acido linoleico (2 doppi legami), acido gamma-linolenico (3 doppi legami)
e acido arachidonico (4 doppi legami). Acido linoleico ed gamma-linolenico
presentano tutti 18C, come pure acido oleico ed alfa-linolenico.
-
Omega-3:
il primo doppio legame è distante 3C dall’ultimo metile. Fanno parte di questa
seria acido alfa-linolenico (isomero di gamma-linolenico), EPA (5 doppi legami)
e DHA (6 doppi legami).

N.B. Si usano
simultaneamente due nomenclature:
-
Nomenclatura:
omega – tiene conto di classificazioni nutrizionali;
-
Nomenclatura:
enne (analoga alla omega). E’ antecedente alla nomenclatura omega (che è quella
ufficiale), tuttav ia coesiste.
I monoinsaturi hanno
legami CIS, quindi sono molecole estremamente angolate e, per questa loro
proprietà, determinano fluidità delle molecole. Sono sintetizzabili negli
animali, quindi non sono considerati essenziali – tuttavia l’organismo
generalmente non li sintetizza perché sono abbondantemente presenti nella
dieta. Il monoinsaturo più diffuso in natura è l’acido oleico (18C) – l’enzima
che determina l’inserimento del doppio legame (presente sia animali che
vegetali) è delta-9 desaturasi. Tale enzima viene prodotto maggiormente quando
si ha carenza di acido oleico e la dieta fornisce molto colesterolo, che
determina irrigidimento delle membrane cellulari. L’organismo a partire
dall’acido oleico riesce a sintetizzare anche gli altri omega-9, che quindi non
sono essenziali.
I polinsaturi sono,
invece, sintetizzabili solo dalle piante – gli animali possono soltanto
convertirli l’uno nell’altro, in particolare. L’acido linoleico e l’acido alfa-linolenico sono i capostipiti
delle due famiglie, che posseggono enzimi in comune per la biosintei dei
diversi acidi grassi– quindi in caso di eccesso, ad esempio, di polinsaturi
della serie omega-3 si ha sbilanciamento delle conversioni a favore della serie
omega-6 (solo nelle piante – negli animali non è possibile l’interconversione
tra le due famiglie). Per gli animali omega-3 ed omega-6 sono considerati
essenziali.
N.B. nella slide in
blu gli acidi grassi che si accumulano in modo maggiore.
Omega-3 e omega-6 sono
particolarmente instabili per via delle ossidazioni – quindi eventuali
integratori di tali sostanze devono essere formulati in modo da evitare
degradazione di questi composti.
Gli omega-3 sono oli
derivanti generalmente dal pesce, in quanto prodotti dalle alghe. Un omega-3 è
l’olio di fegato di merluzzo, il quale possiede un odore sgradevole per via
dell’ossidazione a cui va in contro (divengono volatili).
Gli omega-3 possono
essere più carenti degli omega-6 nella dieta – le donne, probabilmente per via
della responsabilità generativa, sono migliori sintetizzatrici di omega-3
rispetto al maschio (soprattutto per omega-3 di lunga catena).
Acido linoleico è
presente in molti alimenti (olio di semi di girasole, di soia, di mais e di
canola) e mediamente se ne assumono circa 30g/die (generalmente superiore al
fabbisogno reale).
L’acido
alfa-linolenico risulta essere, invece, decisamentepiù raro (l’intake
giornaliero è < 3g/die). Nutrizionisti hanno stimato che la dieta dei
primitivi (sulla quale è stato forgiato il nostro metabolismo) era basata su un
intake di omega-3 e omega-6 in rapporto 1:1 – quindi, molti nutrizionisti
ritengono che sia necessario diminuire l’apporto di omega-6 ed aumentare
l’apporto di omega-3. Fonti importanti di omega-3 sono: erba porcellana, noci,
semi di lino (che è utilizzato per la produzione dei colori ad olio per la
pittura su tela, perché ossidandosi facilmente gli omega-3 determinano
fissazione dei pigmenti colorati), lupino, soia e spinaci. L’olio di oliva non
contiene l’acido alfa-linolenico (unico difetto!! – non contiene omega-3).
DHA e EPA sono
abbondanti nella retina, nei testicoli, nella corteccia cerebrale, nei
fosfolipidi di membrana. EPA insieme ad AA (acido arachidonico) sono intermedi
di prostaglandine, prostacicline e leucotrieni (prodotti che presiedono o si
oppongono allo stato di infiammazione dell’organismo). Quelli che derivano da
EPA hanno attività antiinfiammatoria, antitrombotica, antivasocostrittiva ed
antichemotattica – mentre quelli che derivano da AA sono, generalmente,
pro-infiammatoria. L’assunzione di supplementi a base di omega-3 può migliorare
ulcere proprio in conseguenza del loro ruolo antinfiammatorio.
I vegetariani che non consumano
pesce possono facilmente andare in contro ad accumulo di acido linoleico
(omega-6) che deprime la sintesi di omega-3.
La richiesta minima di
omega-3 a lunga catena è di 100-200 mg/die (ottimale: 350-400 mg/die), mentre
la richiesta di LNA minima è di 290-390 mg/die (ottimale: 860-1220 mg/die).
OLI VEGETALI:
Praticamente tutti i
semi delle piante tendono ad accumulare oli nel seme (in particolare nel germe)
perché questi composti rappresentano una fonte concentrata di nutrienti,
inoltre risultano essere essenziali per il seme, che infatti non è ancora in
grado di produrli.
L’olio di oliva deriva
da un frutto, l’oliva appunto, e non da un seme. Si ricavano oli anche dalla
palma e dal cocco. Mentre l’olio che deriva dall’oliva può essere utilizzato
subito, quello derivante dai semi (causa colore e sapore inizialmente
sgradevoli) deve essere trattato. Tutt’oggi la tendenza è quella di sostituire
i grassi animali con i grassi di origine vegetale.
La pianta dell’olivo
ha origine sicuramente nell’area mediterranea – gli ulivi, inizialmente, erano
piante selvatiche che l’uomo ha imparato ad “addomesticare”. In Italia sono
presenti 170 milioni di piante di ulivo che coprono praticamente 1/3 della
superficie mondiale destinata agli olivi. Il territorio italiano può essere
suddiviso in tre zone in base alle caratteristiche climatiche, pedologiche
(struttura del suolo) ed orografiche: più si va a sud più gli oli tendono ad
essere insaturi – quindi tendono ad essere più viscosi – questa potrebbe essere
una risposta della pianta al maggiore pericolo di ossidazione dovuto alla maggiore temperatura.
Esistono cultivar
(varietà della pianta coltivata ottenuta mediante intervento genetico) che sono
più adatte alla produzione di olio e
cultivar che sono più adatte alla produzione di olive da consumare tal quali –
le olive da olio sono leggermente più mature (ma non si giunge mai a maturità:
infatti si raccoglie quando l’oliva inizia a virare dal verde acido al bruno –
se l’oliva cade si può produrre olio lampante, che può essere reso commestibile
solo a seguito di opportuni trattamenti).
L’oliva è una drupa ed
è costituita da:
-
Buccia o epicarpo: sottile ed elastico
che può essere staccato – rappresenta circa 1.5-3.5% del peso totale. La
colorazione varia a maturazione;
-
Polpa o mesocarpo: è la porzione che contiene la maggiore quantità di
acqua. Tale porzione è più o meno colorata ed è caratterizzata da un alto
contenuto in olio. Rappresenta il 70-80% del peso del frutto;
-
Nocciolo o endocarpo: di consistenza legnosa, rappresenta il 15-25% del peso
della drupa – contiene il seme, che contiene l’olio.
La maturazione del
frutto è invernale, come per altre piante mediterranee, perché l’estate in
queste zone è siccitosa. Le cultivar puù precoci maturano già in ottobre, mentre
quelle medio-tardive maturano tra dicembre e gennaio. Poiché le olive sono
ricche di acqua e di olio che può essere ossidato, la produzione di olio deve
avvenire generalmente nella giornata della raccolta!
Quando l’oliva non è
ancora matura l’olio è conservato in sacche membranose e successivamente occupa
circa l’80% dello spazio intracellulare. Solo il 70-85% di olio è libero,
mentre l’altro è “legato” ovvero presente in goccioline citoplasmatiche
difficilemnete estraibili.
Si tenga presente che
se l’oliva non contiene un buon olio non si può fare nulla in post-raccolta per
migliorare il prodotto – anzi si rischia solo di peggiorare.
Le caratteristiche
chimiche ed organolettiche dell’oliva dipendono da: cultivar, latitudine,
clima, terreno, annata e metodo di raccolta.
Procedimento – le
operazioni in oleificio hanno il compito di aumentare la quantità di olio
libero, che risulta essere decisamente di più facile estrazione rispetto
all’olio legato.
-
Raccolta: processo generalmente automatizzato
dove le olive sono raccolte con cura e nel momento giusto (non aspettare che
queste cadano da sole);
-
Conservazione: conservre le olive per breve tempo
prima della spremitura e non accatastare, per evitare danneggiamento – è
preferibile non conservare per più di un giorno e comunque eseguire tale fase
in ambiente areato;
-
Lavare e scolare dall’acqua:
anche tale processo è ormai automatizzato, infatti gli oleifici sono dotati di
macchine in grado di aspirare le foglie ed altre impurezze e annesse a vasche
per la circolazione forzata di acqua che determina il lavaggio del frutto;
-
Frangitura: ha lo scopo di rompere le cellule
della polpa al fine di far uscire l’oolio dai vacuoli, che si organizzerà in
goccioline più grandi, le quali si separeranno più facilemnte della altre fasi:
n Frantoio a molazze: vasche in cui
operano ruote di pietra che macinano le olive producendo la pasta di olive – si
produce un olio di buona qualità. Questo frantoio non determina la formazione
di emulsioni perché l’acqua esce. Questo tipo di frantoio liomita i pericoli
derivanti da contatto con i metalli, tuttavia risulta essere molto costoso;
n Frantoio metallico: è meno costoso ed
ingombrante – ha il vantaggio di rendere continua l’operazione, tuttavia
favorisce la formazioni di emulsioni, anche stabili;
-
Gramolazione: rimescolamento dell’impasto
realizzato con le gramolatrici metalliche – step che ha lo scopo di estrarre
più goccioline possibili e quindi di aumentare la percentuale di olio libero,
che si organizza in gocce più grandi, separabili in fase liquida in continuo.
La gramolazione permette la rottura delle emulsioni;
-
Pressatura: si spalma la pasta di olive su dei
dischi filtranti (fiscoli) di diversi materiali, alteranati a dischi in
acciaio. Si formano delle pile di questi dischi e poi dall’alto si preme (una
volta con dei torchi manuali, oggi generalmente si utilizzano torchi
idraulici). Per effetto della pressione si ottiene una miscela (mosto) di olio
ed acqua (acqua di vegetazione – che contiene coloranti estratti dalle olive,
enzimi, zuccheri, proteine e che quindi può facilitare la crescita dei
microrganismi in quanto facilmente fermentescibile. Se crescono microrganismi
l’olio può non essere più commestibile, per questo motivo si deve eliminare
l’acqua di vegetazione e si lava con acqua potabile). Lo smaltimento delle
acque di vegetazione rappresenta un problema per lo smaltimento industriale
(oggi è richiesto l’utilizzo di depuratori). La centrifugazione può facilitare
la separazione dell’emulsione – un tempo si usava la decantazione, che tuttavia
presenta lo svantaggio di prolungare il contatto olio-acqua di vegetazione (con
la centrifugazione si migliora la qualità del prodotto finale);
-
Chiarificazione: se l’olio è di buona qualità può
essere consumato tal quale, tuttavia appare torbido. Si può procedere, quindi,
ad un processo di chiarificazione: l’olio viene mantenuto a T minore rispetto a
quella ambiente, in questo modo si favorisce la spontanea sedimentazione di
sostanze. L’olio ottenuto per decantazione risulta essere meno torbido,
tuttavia prima di essere messo in commercio viene sottoposto a filtrazione.
Dalle acque
di vegetazione e dalla pasta di olive si ottiene un sottoprodotto di frantoio,
l’olio di sansa.
L’olio lampante non è
commestibile, per esserlo deve essere rettificato, come l’olio di sansa.

La legislazione
italiana riguardante l’olio d’oliva è basata su normative dell’UE, del
Consiglio Oleico Internazionale (COI) e del Codex Alimentarius.
CLASSIFICAZIONE – 8
classi:
-
Oli vergini: ottenuti per spremitura meccanica
n Olio di oliva vergine – acidità max
2% in acido oleico;
n Olio di oliva extravergine - acidità max 0.8% in acido oleico;
n Olio di oliva lampante: ottenuto per
spremitura meccanica ma raffinato – acidità superiore al 2% in acido oleico;
-
Oli raffinati derivanti da oli vergini:
n Olio di oliva raffinato: la
raffinazione serve per eliminare l’acidità libera dell’olio di oliva vergine,
che non scende mai sotto lo 0.3% in acido oleico – olio non commercializzabile
al dettaglio;
n Olio di oliva: ottenuto da miscela di
olio di oliva raffinato con olio di oliva vergine o extravergine – acidità in
acido oleico non superiore all’1%;
-
Oli estratti con solventi dalle sanse dell’oliva:
n Olio si sansa di oliva grezzo: olio
molto scuro per via dell’estrazione contemporanea di coloranti – non è
direttamente commestibile;
n Olio di sansa di oliva raffinato:
derivante per raffinazione dal sensa grezzo, tuttavia non è commercializzabile
al dettaglio – acidità massima 0.3%;
n Olio di sansa: miscela di olio di
sansa raffinato ed olio vergine o extravergine – acidità massima 1%.
Sull’olio lampante,
l’olio di sansa e sugli oli di semi viene eseguita l’operazione di rettifica o
raffinazione, che rende i prodotti commestibili. Il processo di rettifica
comprende tre fasi:
1. Deacidificazione: allonatanamento
dell’acidità libera, ovvero degli acidi grassi liberi. La deacidificazione può
essere ottenuta per:
n Addizione diretta di alcali: eseguita
su oli poco acidi – i saponi che si formano vengono eliminati o per
decantazione o per filtrazione e l’olio viene comunque lavato per allontanare
gli alcali in eccesso;
n Neutralizzazione con alcali in
solventi: si usa un solvente in cui si scioglie l’olio (cicloesano) ed un
solvente in cui si sciolgono gli alcali formati (isopropanolo) – le due fasi
(polare e apolare) si separano per distillazione;
2. Decolorazione:
poiché tali oli hanno generalmente un colore scuro, dovuto alla presenza di
clorofille, carotenoidi e prodotti di degradazione ed ossidazione sono
necessarie opere di decolorazione, che avviene su terre attive a 80°C e
sottovuoto. Il sottovuoto permette di allontanare il pericolo
dell’autossidazione. Dopo 30 minuti di trattamento si ottiene un olio quasi
totalmente incolore. Nel processo di decolorazione avviene anche la distruzione
degli idroperossidi e la produzione di dieni e trieni;
3. Deodorazione:
tale processo avviene sottovuoto a 180°C sfruttando corrente di vapor d’acqua
iniettata nella massa d’olio in atmosfera inerte – iol vapore permette
l’allontanamento di composti volatili, quali aldeidi e chetoni, responsabili
dell’odorazione sgradevole. Tale processo viene eseguito per ultimo al fine di
eliminare anche sostanze che potrebbero essersi formate durante le fasi di
deacidificazione e decolorazione.
L’olio di sansa vede
l’estrazione con un solvente (spesso esano) che estrae anche delle cere –
questo spiega il motivo per il quale l’olio è così scuro. Raffreddando in
presenza di acetone si ha decerificazione e quindi sofisticazione dell’olio di
sansa che può essere, all’apparenza, confuso con quello di oliva.
Il solvente con cui
viene estratto l’olio di sansa deve chiaramente essere privo di tossicità e
deve poter essere eliminato facilmente al fine di ottenere un prodotto finale
quanto più puro possibile, a tele scopo si usano solventi con punti di
ebollizione bassi. Inoltre il solvente utilizzato deve essere selettivo per
l’olio e non per altre sostanze, che altrimenti verrebbero estratte
congiuntamente all’olio stesso.
CARATTERISTICHE
NUTRIZIONALI DELL’OLIO DI OLIVA:
-
Vergine:
è l’unico grasso vegetale non lavorato, contiene inalterati tutti i componenti
liposolubili. Risulta essere uno dei lipidi alimentari più pregiati e
apprezzati. Il 98-99% dell’olio vergine di oliva è costituito da una miscela di
gliceridi – detta “frazione saponificabile”. Non contiene alfa-linolenico
(omega-3). L’acido grasso più presente è l’acido oleico (omega-9), seguono
acido linoleico, palmitico, stearico, palmitolenico - il rapporto
oleico/linoleico non deve essere inferiore a 7. Il trigliceride più presente è
trioleina (oleico-oleico-oleico) Oltre ai trigliceridi sono presenti, come in
tutti gli oli, anche frazioni di monogliceridi e digliceridi. I costituenti
minori sono tutti componenti che posseggono alta solubilità negli acidi grassi:
n
Idrocarburi: costituiscono fino al 50%
dell’insaponificabile e lo squalene può arrivare a rappresentare fino all’80%
degli idrocarburi totali. Lo squalene, come è noto, è il precursore degli
steroli ed è costituito dalla ripetizione di 6 unità isopreniche con pianno di
simmetria. Sono presenti anche altri derivati terpenici;
n
Pigmenti colorati: beta-carotene e clorofille –
insieme danno il colore tipico dell’olio (quelle più variabili sono le
clorofille). N.B. la vitamina A non è presente nell’olio di oliva (derivante
dal beta-carotene).
n
Alcoli triterpenici e steroli: sono derivati dello squalene. Gli
alcoli triterpenici presentano generalmente due gruppi alcolici, come
l’eritrodiolo (riccamente presente nell’olio di sansa). Gli steroli a
differenza delle cere non possono essere allontanati dall’olio di sansa
raffinato, quindi risulta essere un tracciante importante per valutare
eventuali sofisticazioni. Il colesterolo nel mondo vegetale è presente solo in
piccole tracce;
n
Polifenoli: sono presenti solo negli oli
d’oliva. Hanno ruolo antinfiammatorio – in parte si trovano nelle acque di
vegtazione poiché sono idrosolubili (vista la struttura) da cui si ricavano
proprio degli integratori alimentari conteneti questi composti. I polifenoli
hanno proprietà antiossidanti nei confronti dell’olio di oliva. La lacerazione
dell’oliva determina l’attivazione della fenolossidasi che che trasforma questi
prodotti in chinoli, ossidandoli. L’oleuropeina ha particolari proprietà
antinfiammatorie ed è un potente antiossidante presente nelle foglie dell’ulivo
e nelle olive verdi – responsabile della nota piccante dell’olio di oliva. Dal
punto di vista chimico l’oleuropeina è un glucoside.
I nutrienti minori
sono indispensabili per la caratterizzazione dell’olio in relazione al
territorio ed alla cultivar; inoltre sono utilizzati come indicatori della
genuinità del prodotto.
L’olio di oliva è
facilmente emulsionabile da parte dei succhi digestivi, quindi è molto
digeribile eassimilabile; inoltre l’aroma oltre a rendere più palatabili gli
alimenti stimola anche le secrezioni gastriche.
Come per il vino anche
per l’olio si è intrapreso un processo di tipicizzaione ovvero la ricerca di
parametri che legano lo specifico olio al territorio che viene prodotto.
Dei consorzi di produttori per difendere il loro prodotto stipulano degli accordi, ovvero si impegnano a seguire dei precisi protocolli, che devono esser validati analiticamente. Un regolamento europeo definisce due livelli di protezione a livello geografico: DOP – Denominazione di Origine Protetta e IGP – Indicazione Geografica Protetta. Anche l’indice DOC – Denominazione di Origine Controllata è stato introdotto per l’olio di oliva.
Dei consorzi di produttori per difendere il loro prodotto stipulano degli accordi, ovvero si impegnano a seguire dei precisi protocolli, che devono esser validati analiticamente. Un regolamento europeo definisce due livelli di protezione a livello geografico: DOP – Denominazione di Origine Protetta e IGP – Indicazione Geografica Protetta. Anche l’indice DOC – Denominazione di Origine Controllata è stato introdotto per l’olio di oliva.
OLIO DI SEMI:
La produzione
dell’olio di semi è più facile, poiché i semi a differenza del frutto hanno
opportuni meccanismi di conservazione che ne permettono un non immediato
utilizzo - ATTENZIONE alle muffe, ai roditori ed ai parassiti. Per questo
motivo l’olio di semi viene prodotto tutto l’anno a differenza dell’olio di
oliva.
I semi utilizzati per
la produzione di oli sono: arachide, soia, colza, sesamo, girasole, mais,
cartamo, cotone, vinaccioli e tè. Inoltre dalla palma è possibile ottenere sia
l’olio di palmisti, ottenuto dalla mandorla, e l’olio di palma, ottenuto dalla
polpa.
PROCESSO:
-
Essicazione: per ridurre l’umidità del seme e
quindi ostacolare i fenomeni degradativi;
-
Pulitura e decorticazione: la
decorticazione serve per aumentare la resa di estrazione, infatti la corteccia
non presenta olio ma lo può assorbire durante le fasi successive;
-
Riduzione di volume: generalmente in lamine e mai in
polvere per eviare formazione di una “pappa” col solvente e non si estrare mai
dal seme intero. Le lamine permettono una maggiore resa nell’estrazione;
-
Pretrattamento: generalmente a caldo – causa shock
all’olio ma elimina muffe ed altri microrganismi;
-
Estrazione: può esser estratto anche per
pressione, ma generalmente si utilizza un solvente (esano). Si esegue
l’estrazione per pressione per semi con alto contenuto in olio. Il
sottoprodotto della lavorazione meccanica ed i pannelli di estrazione sono
quasi sempre sottoposti a nuova estrazione con solvente;
-
Rettifica: secondo le procedure attuate per
l’olio di oliva – deacidificazione, decolorazione e deodorazione.
CARATTERISTICHE:
-
Non
possono essere venduti sfusi, come l’olio di oliva;
-
Per
oli di semi vari non è indispensabile dichiarare sull’etichetta quali sono i
semi utilizzati;
-
L’acido
erucico viene accumulato a livello cardiaco perché viene metabolizzato
lentamente (studi sugli animali hanno dimostrato che ciò può causare danni) –
quindi gli oli di semi non possono presentare contenuto di acido erucico
superiore al 5%;
-
Acidità
libera massima del 0.5%;
-
Non
devono presentare difetti organolettici,
-
Devono
essere sempre sottoposti a trattamento di rettifica;
-
Non
possono essere addizionati di additivi e coloranti;
-
L’olio
di colza può essere ustao solo nell’olio di semi vari.
L’olio di colza
zero-erucico, l’olio di tè e di cartamo invertito hanno una composizione in
acidi grassi molto simile a quella dell’olio di oliva – tuttavia sono
distinguibili per la composizione in fitosteroli. La sofisticazione dell’olio
di oliva mediante olio di nocciole è difficilemente riconoscibile.
13/04/2012
ARACHIDE:
L’arachide è un seme
oleaginoso (55% di olio) – l’olio di arachide è gradevole dal punto di vista
organolettico anche senza necessità di alcun trattamento. L’arachide viene
utilizzata per produrre anche il burro di arachide. Contiene sia acido
linolenico che acido linoleico, mentre lo sterolo più presente è il
beta-sitosterolo. La pianta di arachide è un legume, che dopo la fioritura e la
fecondazione il picciolo si porta verso il basso – la maturazione avviene
quando il seme è seppellito sotto terra; per questo motivo sono particolarmente
soggette a contaminazione da miceti e batteri. In particolare si può avere
infestazione da Aspergillus flavus che produce una micotossina che può essere
presente più che nell’olio nelle arachidi mangiate tal quali.
SOIA:
Deriva dalla pianta
Glycine max. Contiene olio in una percentuale tra 14 e 23%. Contiene molti
grassi insaturi, con prevalenza di acido linoleico (50%). Siccome è molto
insaturo non è adatto alla frittura perché si ossida con molta facilità. Anche
in questo olio è abbondantemente presente il beta-sitosterolo. E’ estremamente
comune per questo motivo utilizzato industrialemente. L’olio raffinato è di
colore giallo, mentre quello ancora non raffinato è di colore gallo-rossastro.
MAIS:
Contenuto come per
tutti i cereali nel germe. Il germe viene tolto dal mais utilizzato per
l’alimentazione degli animali. Prima della scoperta delle Americhe non era noto
in Europa. E’ abbastanza insaturo (oleico, linoleico ed alfa-linolenico). Olio
di germe di mais utilizzato per la produzione di margarina (come anche soia e
arachide) – in realtà la maggior parte dell’olio di masi è utilizzato
direttamente per scopi alimentari. Contiene beta-sitosterolo al 60%.
COLZA:
Tipo di rapa con ciclo
di vita molto rapido (famiglia delle Crucifere). Utilizzato per la produzione
di olio nei paesi freddi. Viene coltivata anche in Lombardia (campi giallo
limone con piante alte circa 50cm). I semi di colza non hanno un sapore molto
gradevole, quindi l’olio deve essere raffinato. L’olio di colza ha un grande
quantitativo di acido erucico – per selezione botanica sono state selezionate
piante di colza con contenuto molto basso di acido erucico (varietà conosciuta
con il nome commerciale di Canola o zero erucico – che deve contenere un
percentuale minore dello 0.9%). L’olio di colza utilizzato per produrre il
biodisel, tuttavia per avere ottani adeguati devo avere almeno 50% di erucico.
Poiché i geni che codificano per l’erucico sono dominanti è difficile mantenere
isolate piante di colza a erucico zero.
Nell’Italia centrale
viene prodotto l’olio di girasole (poco alfa-linolenico);
In India viene
coltivato il sesamo per la produzione di olio;
I vinaccioli (semi
dell’uva) danno un olio con caratteristiche simili a quelle dell’olio di olivo
– utilizzato per le sofisticazioni, come quello di cartamo invertito e di
nocciole.
L’olio del tè è
prodotto principalmente in Asia;
Nei paesi ove si
coltiva il cotone si ricava l’olio di cotone.
Caratteristica che
permette di classificare gli oli è la composizione degli steroli percentuale.
L’unico olio che non
ha metodi per essere distinto dall’olio di oliva è quello di noccciola
(prodotto in Turchia – maggiore produttore di nocciole).
N.B. la lezione di
“Analisi degli oli” non è stata eseguita – vedere slide.
Cereali
Cereali sono alle base
della dieta di praticamente tutte le popolazioni del mondo:
-
In
Italia: frumento, il mais è utilizzato prevalentemente per il bestiame;
-
Paesi
asiatici: riso;
Il mais è coltivato un
po’ in tutto il mondo.
Cereali coltivati meno
sono: segale, avena, orzo (utilizzato principalmente per la produzione della birra),
farro e triticale (ibrido frumento e segale). Miglio, sorgo e panidio non sono
coltivati in Europa – questi, tuttavia, non contenendo glutine e quindi possono
essere utilizzati dai ciliaci.
Dei cereali
soprascritti si osserva che solo il frumento può essere utilizzato da solo per
la produzione di pane – questo perché il
frumento viene trattato in un modo del tutto diverso dagli altri cereali. Il
frumento è anche il cereale che permette di ottenere con maggior successo pasta
e prodotti da forno.
La caratteristica dei
cereali è di essere ricchi di amido – quindi farine ricche di amido possono
essere ricavate anche da altri cereali oltre che dal frumento, quando sono
portati a maturazione completa.
Pseudocereali sono:
grano saraceno, quinoa ed amaranto – i cereali sono monocotiledoni, ma questi
sono dicotiledoni (come le leguminose) ma hanno semi simili a quelli dei
cereali.
Le castagne utilizzato
per produrre farine.
Patate, tapioca e
manioca sono tuberi utilizzati per la produzione di fecole – farina ma senza
alcuna proteina (praticamente amido allo stato puro), ovvero amido.
Fumento, segale, orzo
e farro sono estremamente correlati tra loro – avena leggermente diverse,
mentre riso, miglio, panidio e mais sono completamente diversi. Più ci si allontana
dai primi tre meno si hanno prolemi per i ciliaci.
CARIOSSIDE DEL
FRUMENTO:
-
Il seme è nella spiga contenuto in foglioline (glumelle) – nel riso è particolarmente sepolto;
Il seme è nella spiga contenuto in foglioline (glumelle) – nel riso è particolarmente sepolto;
-
Peletti non sempre presenti;
-
Pericarpo è formato di lamelle con funzione protettiva
(il pericarpo a differenza dell’esocarpo, presente ad es. nell’oliva, è
vincolato a quanto sotto è presente);
-
Strato aleuronico: fila di cellule che separa il
pericarpo dall’endosperma ;
-
Endosperma;
-
Germe (o embrione): – coperto da una membrana protettiva:
lo scutello.
Componenti chimiche in
relazione alla porzione del seme considerata:
-
Pericarpo:
ha funzione protettiva – tanti sali minerali posti sotto forma di fitati molto
poco solubili (altrimenti problemi per il seme, che con la pioggia rimarrebbe
scoperto); poche proteine, lipidi (perché sono facilemente ossidabili – quindi
prevengono l’ossidazione delle porzioni interne del seme), molta fibra,
cellulosa e pentosani (polimeri dello xilosio) – prevalgono, quindi, i
materiali polimerici poco digeribili. In questo modo si evita che gli insetti
mangino i semi;
-
Strato
aleuronico: molti sali minerali, parecchie proteine (molti sistemi enzimatici),
lipidi;
-
Germe:
molte proteine (sistemi enzimatici e di deposito per N), massima concentrazione
di lipidi (soprattutto i trigliceridi che sono presenti solo qui praticamente);
-
Endosperma:
tantissimo amido – infatti è tessuto di deposito.
La farina di frumento
è una farina generalmente raffinata: viene eliminato pericarpo, parte dello
strato aleuronico (tutto questo è crusca) – per limiti tecnologici viene perso
anche il germe. Sostanzialmente la farina è composta in prevalenza di
endosperma. Utilizzare la farina raffinata non è una cosa positiva: si perdono
i sali minerali (che comunque sono poco biodisponibile), oli vegetali (che
essendo insaturi possono essere facilmente ossidati e quindi accorciano la data
di scadenza della farina).
Il contenuto proteico
più basso è presente nel riso – l’amido è contenuto in concentrazioni variabili
ma comunque in quantità abbastanza elevata, possono essere presenti, in
relazione al seme, anche altri carboidrati.
I lipidi del germe
sono essenzialmente insaturi – sono presenti piccole quantità di omega-3,
tuttavia l’olio vegetale è omega-6 con presenza di piccole quantità di acido
oleico (omega-9). I lipidi dell’endosperma sono legati all’amido.
Germe di grano
contiene tocoferoli (sono vitamine con funzione anti-ossidanti) – legati ai
lipidi. Carotenoidi e xantofille sono più presenti nel grano duro che nel grano
tenero – quantità elevate nel mais (questo il motivo del colore).
L’avena risulta essere
più ricca di lipidi degli altri cereali . Dal punto di vista degli steroli,
quello più abbondante è il beta-sitosterolo.
Per quanto riguarda le
proteine troviamo, secondo la separazione di Osborne:
-
Albumine:
sistemi enzimatici – e sono solubili in acqua;
-
Globuline
– solubili in NaCl(aq);
-
Prolamine
– solubili in etanolo;
-
Gluteline
– insolubili a freddo.
Prolamine e gluteline nel frumento prendono il nome
di glutine.
Forte carenza di
lisina (abbondante nei legumi) e di metionina. Per la presenza elevato di
glutammina abbiamo tanto azzoto (utilizzare 5.7 come fattore per determinazione
proteica con uno dei due metodi: metodo di Kjeldahl e GS ).
Il riso presenta molte
gluteline – sono le proteine meno solubili e quindi meno digeribili, inoltre
nel caso del riso hanno anche cattivo odore (per questo motivo non ci sono
elementi a base di proteine del riso).
Tutti gli amminoacidi
simili a quelli contenuti nel frumento danno problemi ai celiaci in relazione
al contenuto in prolamine.
Le prolamine del
frumento si chiamano gliadine (danno viscosità all’impasto per basso peso
molecoalre), mentre le gluteline si chiamano glutenine (che permettono
l’elasticità dell’impasto e formano bolle d’aria – sono ricche di ponti
disolfuro).
Nel frumento si forma
il glutine come associazione tra le prolamine (gliadine) e le gluteline
(glutenine). Il glutine presenta delle catene proteiche maggiori che sono
legate mediate catene proteiche minori, che si legano alle maggiori mediante
legami covalenti formando un reticolo. La struttura è tenuta insieme da legami
ad H e legami S-S.
Il reticolo imprigiona
l’aria nel pane e l’amido nella pasta – l’amido, infatti, se non fosse presente
glutine sarebbe tutto estratto (vedi riso). Questo spiega perché la pasta di
grano tiene decisamente memglio la
cottura rispetto a quella di riso.
Per favorire la
formazione del glutine è concessa l’aggiunta di acido ascorbico alla farina di
grano tenero.
Il glutine si forma
durante l’impastamento – il glutine può essere estratto lavorando con le mani
l’impasto sotto acqua corrente, in questo modo si allontana l’amido. Il glutine
un tempo veniva utilizzato come colla.
Il glutine oltre a
contenere amido, presenta anche lipidi ed una certa quantità di pentosani.
Quando il grano viene
cotto i granuli di amido si sfaldano. Nell’amido: 3/4 di amilopectine e
restante amilosio – questa è la caratteristica dei grani di amido del frumento.
Nell’amido non si localizzano i trigliceridi (errore sulle slide), ma altri
lipidi che si inseriscono nell’elica dell’amilosio (ambiente lipofilico – gli
OH sono posti all’esterno dell’elica).
L’acqua entra nel
granulo di amido dando luogo alla gelificazione.
I pentosani sono
formati da catene lineari di xilosio con ramificazione di arabinosio, legati a
polifenoli (che chiaramente non sono più zuccheri). I polifenoli in presenza di
acqua ossigenata e perossidasi dimerizzano: questo causa la reticolazione dei
pentosani – ciò si forma durante l’impasto, in particolare nella segale (anche
lei abbastanza adatta alla produzione di pane).
Gli enzimi dei cereali
si conservano solo in parte durante la macinazione.
Quando la farina viene
impastata con l’acqua è come se si riproducessero le condizioni della
germinazione e quindi si attivano delle idrolasi che idrolizzano parzialmente
l’amido – formazione di zuccheri riducenti che permettono la crescita dei
lieviti. Questo praticamente accade solo nel frumento.
La lievitazione non
deve durare troppo a lungo, altrimenti degradano anche il glutine òper azione
delle proteasi. Le lipasi determinano irrancidimento delle farine. La
demolizione dell’acido fitico è determinata principalmente da enzimi del
lievito più che dalle fitasi del seme.
PANE E PASTA:
Grano duro e grano
tenero sono stesso genere ma diversa specie – il secondo ha cariosside più
tenera, con quantità maggiore di amido, pianta che resiste più al freddo e dopo
macinazione si ottine la normale farina. Il primo ha cariosside più allungata,
si schiaccia faticosamente, è una pianta molto meno rustica. Entrambe queste
piante sono dette biennali – vengono seminate in autunno e producono fiori in
primavera si raccolgono giugno-luglio.
Dal grano duro si
ottiene una farina non macinata fine: semola. Il grano duro da semolino e
cous-cous – regge meglio la cottura. Esistono prodotti da forno con grano duro,
ma sono molto meno leggeri, es. pane di
alatamura.
Il grano tenero si è
sviluppato dopo quello duro e presenta più albumine – metodo per valutare le
sofisticazioni. In realtà il grando duro, mancando del gene D codificante per
le albumine ne è sostanzialmente privo.
Con setaccio è
possibile ottenere farina raffinata per separazione della crusca (pericarpo +
strato aleuronico) dal macinato.
Metodo industriale:
alta macinazione o macinazione graduale:
-
Pulitura: con diversi metodi (aria, setacci,
calamite, …);
-
Condizionamento: le cariossidi vengono poste in
stanze con T (35-40°C) e umidità definita per un certo periodo di tempo al fine
di ottenere cariossidi con medesima durezza – questo determina la produzione di
farine più omogenee, che facilitano la panificazione;
-
Pulitura definitiva: allontanamento del pericarpo con
spazzole meccaniche – dal seme decorticato si può ottenere solo farina
raffinata. In questa fase si ha anche l’allontanamento di strato aleuronico e
germe;
-
Macinatura graduale: per mezzo di cilindri ruvidi;
-
Aburattamento: setacciatura a fino ad ottener
granulometria desiderata.
Con questo processo si
può ottenere una resa nella farina pari al 75% . La farina ottenuta ha un
contenuto d’acqua pari a 12.7%.
Il metodo tradizionale
(macinazione a palamenti) è poco utilizzato ma permette di ottenere una farina
integrale, che presenta tutte le componenti della cariosside. Anche in questo
caso si può separare comunqe la crusca sempre secondo la fase di
abburratamento. La presenza di lipidi insaturi in quantità rilevanti, rende le
farine integrali facilmente deteriorabili.
La panificazione con farine integrali è più difficoltosa ed il prodotto
risulta meno digeribile.
La
farina di grano tenero è distinta 5 categorie – in relazione alla
granulometria:
-
00:
completamente priva di cellulosa;
-
0;
-
1;
-
2;
-
Integrale.
Il livello massimo di
acqua è stabilito tenendo presente che livelli superiori al 16% possono determinare
la crescita di muffe – cautelativamente si è posto il limite a 14.50% - che è
identico per tutte e 5 le categorie di farine.
Il livello massimo di
ceneri serve per evitare le sofisticazione da talco (inorganico) o sbiancanti.
Il livello minimo di
glutine per evitare sofisticazione con fecole, che come detto sono solo amido.
La farina di semola
non prevede diverse categorie. L’aggiunta di grano tenero al grano duro è
considerata una sofisticazione. Anche per la sempola il livello massimo di umidità
è fissato al 14.5%. In trealtà si possono vendere farina di grano tenero
(farina) e semola anche con percentuale di umidità fino al 15.5%, tuttavia tale
dato deve essere indicato in etichetta ed il prodotto deve costare meno.
Ogni trattamento
chimico e fisico (diverso da quelli sopra indicati), con l’eccezione
dell’aggiunta ti acido ascorbico nel grano tenero, sono considerati un
illecito.
Un operatore
addestrato è in grado di distinguere i granuli di amido con microscopio ottico.
20/04/2012
IL PANE
Il pane è l’alimento
centrale della nostra alimentazione e viene prodotto a partire da elementi
piuttosto poveri: farina di grano tenero + acqua + lievito (+ sale). I pani
speciali presentano ingredienti in più rispetto al pane comune: olio (solo di
oliva in Italia), burro, strutto, latte (pane più morbido), aromi, zuccheri
(quello più noto è il pane al malto, che deve essere presente almeno per 7%) –
questi pani costano di più rispetto al pane comune (la legislazione italiana
richiede una presenza minima del 4% di ingredienti aggiunti per giustificare un
aumento di prezzo, con eccezione del malto).
Il lievito non si
nutre dell’amido tal quale ma deve idrolizzare l’amido per ricavare zuccheri
semplici – nel pane al malto sono presenti farine al malto, che rispetto alle
farine comuni, presentano zuccheri semplici prodotti per degradazione spontanea
dell’amido mediante trattamento delle farine.
Nel pane si possono
aggiungere solamente pochi additivi: acido ascorbico (vitamina C), che facilita
la formazione del glutine.
Altri additivi possono
derivare da composti presenti in componenti aggiunti, come l’uvetta.
Il pane a lunga
conservazione (tipo quello dei toast) è un pane piuttosto umido conservato in
confezioni che non permettono il transito di umidità – attenzione alla
formazione di muffe (in questi casi vengono aggiunti conservanti).
In Italia il pane è
uno dei pochi alimenti che può essere venduto sfuso.
Per produrre l’impasto
del pane si pone farina ed acqua (35-45%) in impastatrice, quindi si aggiunge
lievito. Durante la formazione dell’impasto le proteine di dissociano, si
formano nuovi ponti disolfuro – le diastasi determinano una parziale idrolisi
dell’amido (quindi già durante l’impasto si può avere una prima attività del
lievito).
Tutt’oggi si utilizza
il lievito di birra mentre un tempo si usava la pasta acida (o biga) che era
parte della pasta del giorno precedente lasciata riposare tutto il giorno al
fresco (si formava una microflora all’interno dell’impasto del giorno
precedente) - tutt’oggi questo metodo di
lievitazione è utilizzato per la produzione del pane di alta mura: poiché i
microrganismi che sono implicati nella lievitazione di questo pane sono diversi
e ciascuno possiede un corredo enzimatico specifico che dona sapore particolare,
i pani ottenuti con questo tipo di lievitazione posseggono un aroma
caratteristico. Questa tecnica utilizzata, anche per la produzione di prodotti
dolciari, è poco praticabile a livello industriale perché è lenta ed il
prodotto che si ottiene è disomogeneo – per questo motivo si utilizza
Saccharomyces cerevisiae (prodotto a livello industriale e venduto in panetti).
Chiaramente, utilizzando questo lievito (in realtà si usano ceppi selezionati),
si ottiene una produzione omogena nel tempo. Le condizioni di lievitazioni
sono: 28-32°C e pH 4-5.
I microrganismi
utilizzati per la fermentazione producono: anidride carbonica (fermentazione
primaria), etanolo che determinano
rigonfiamento dell’impasto – successivamente si ha produzione di acetato ed
altri acidi che esterificano con l’etanolo determinando una fermentazione
secondaria. Le bolle di anidride carbonica vengono intrappolate nel glutine (è
per questo motivo che non si possono produrre pani senza presenza di frumento).
La lievitazione non
deve essere troppo lunga, altrimenti le proteasi iniziano a degradare il
glutine – il tempo è generalmente di 1h.
L’impasto lievitato
deve essere trasferito in forno, il quale deve essere già pre-riscaldato, in
modo tale da formare una crosta che ritarda l’evaporazione di acqua.
Esistono varie
pezzature di pane: da 60g a circa 1Kg – si tenga conto che l’impasto è un
cattivo conduttore di calore, quindi si vengono a generare dei gradienti di
temperatura (per pani grossi il centro non raggiunge mai i 100°C). All’interno
dell’impasto i microrganismi riescono a sopravvivere per qualche tempo (muoiono
sopra i 40°C) – tuttavia si può avere funzionamento di alcuni sistemi
enzimatici, anche dopo la morte dei lieviti, sino agli 80°C – temperatura oltre
la quale si ha denaturazione delle proteine.
A 80°C si ha la
gelificazione delle amilopectine (allontanamento delle catene con assorbimento di acqua e rigonfiamento) –
che è un processo reversibile, il quale retrocede appena la temperatura tende
ad abbassarsi (processo di raffermimento).
La crosta si asciuga
rapidamente, trattiene gli aromi e si ha denaturazione delle proteine e
gelatinizzazione completa dell’amido . Forte depolimerizzazione dell’amido; le
vitamine più termolabili sono distrutte. Per mezzo della reazione di Maillard e
della caramellizzazione degli zuccheri si ha un colore scuro.
Nella mollica si ha
maggiore rigonfiamento dell’amido e maggiore ritenzione di gas – la formazione
di aromi a livello della mollica è minore.
PASTA ALIMENTARE:
La pasta è un alimento
più povero del pane e generalmente è prodotta utilizzando la farina di semola
(eccezione per la pasta fresca) più l’acqua – il sale non viene aggiunto!
Dopo l’impastamento si
ha estrusione dell’impasto per mezzo di una trafila: ciò dona forma alla pasta.
Le trafile più vecchie erano fatte di bronzo (danno molto attrito – la pasta in
superficie risulta porosa e farinosa), mentre quelle più moderne sono costruite
in teflon
L’essicazione è il
processo crucciale della produzione della pasta, che dovrebbe essere eseguito a
temperatura bassa (ambiente) – se, per accelerare i tempi, si alza la
temperatura la pasta risulta più scura per reazione di Maillard.
Le paste speciali,
meno comuni del pane speciali, sono paste contenenti altri ingredienti:
spinaci, pomodoro, …
I ravioli tutt’oggi non vengono quasi mai venduti secchi,
quindi pericolo di sviluppo di microrganismi – le vaschette in cui sono venduti
non contengono aria ma anidride carbonica, miscele contenenti azoto o argon –
tuttavia esistono i microrganismi anaerobi, che fortunatamente crescono più
lentamente. I ravioli sono considerati una pasta speciale perché oltre a
contenere il ripieno sono fatti con la pasta
all’uovo (almeno 200g uovo su 1Kg di impasto secco).
Per la produzione di
pasta si usa, generalmente, farina di grano duro poiché la pasta viene bollita
e poiché il solvente energico acqua tende ad estrarre l’amido, il prodotto
tenderebbe a perdere nutrienti (amido) e consistenza – le farine di grano duro
sono più resistenti a questo fenomeno. Alle volte le paste fresche possono
contenere grano tenero, tuttavia risultano buone e consistenti grazie alla
presenza di uovo: le proteine dell’uovo coagulano.
L’analisi della pasta
non è un processo molto facile, poiché la pasta deve essere frammentata.
Le farine che possono
essere consumate dai celiaci non sono particolarmente adatte per la produzione
della pasta: innanzitutto si tende ad aggiungere delle farine di legumi, che
donano anche componenti proteiche e poi si usa uno strumento detto “estrusore”.
L’estrusore è uno
strumento costituito da una vite senza fine a passo scostante: all’inizio è
relativamente sottile con il passo della vite ampio, poi lo spessore aumenta
come il passo della vite; l’ultima porzione è un po’ meno spessa ed è
riscaldata.
All’inizio si ha un
mescolamento; successivamente l’impasto passa nella seconda zona ove si ha lo
stiramento delle proteine (quelle dei legumi sono globulari); nella terza parte
si ha coagulazione delle proteine: con questo strumento si riesce a dare una
struttura alla pasta simile a quella tipica della pasta fatta con grano duro.
Queste macchine sono
utilizzate per produrre anche gli snack a base di cereali, tuttavia si ha un
trattamento differente nella terza porzione con formazione di più umidità.

RISO:
Il riso a livello
mondiale è il componente centrale di molte diete (non molto in Italia). Il riso
è una pianta acquatica – l’Italia è il maggiore produttore dell’Europa
(Piemonte, Lombardia, Veneto e sud dell’Emilia-Romagna – zone un tempo
paludose).
Quando il riso viene
raccolto la cariosside è rivestita da foglioline: risone.
Si procede ad
un’iniziale pulitura proprio per ottenere il risone; quindi si procede ad una
sbramatura che determina la perdita delle glumelle (lolla) ed una
decorticazione del riso (eliminazione del germe). Successivamente si fa una
spazzolatura superficiale che elimina completamente il pericarpo. Al fine di
evitare che i chicchi si spezzino si esegue un trattamento. L’olio contenuto
nel riso è polinsaturo (è un olio dietetico).
Per macinazione del
riso si può ottenere: semolino di riso (grossolana), farina di riso (fine) e
crema di riso (finissima – primo alimento diverso dal latte materno dato ai
bambini nello svezzamento).
Il riso non destinato
alla macinazione deve essere trattato in modo che non si abbia rottura dei
semi, per questo motivo si eseguono diversi processi: l’oleatura è un processo
che prevede il trattamento dei chicchi con oli vegetali per es. vaselina
alimentare (processo eseguito in zone umide); in Italia si esegue generalmente
la brillatura, che prevede il trattamento superficiale del riso con talco e
glucosio e rende la superficie liscia – la brillatua determina perdita dello
strato aleuronico e la perdita, quindi, dei sali minerale, vitamine ed altri
nutrienti.
Il riso parboiled è un
riso che prevede un trattamento particolare: il riso ancora contenuto nelle
glumelle viene posto a contatto con il vapore – si ha una sorta di pre-cottura
che determina la migrazione (mediante vapore) della vitamina B e dei minerali
verso l’interno della cariosside. La tenuta alla cottura è decisamente
migliore, quindi non è ottimo per la produzione di risotti.
Il riso non è adatto
alla panificazione mentre è adatto alle persone cliache per la scarsa presenza
di prolamine, inoltre quelle presenti sono diverse da quelle del frumento
(gliadine).
Esistono diverse
cultivar di riso: Arborio e Carnaroli, adatti per fare i risotti.
03/05/2012
Latte
Il latte viene
prodotto dalle femmine dei mammiferi ed è destinato all’alimentazione dei
cuccioli nei primissimi mesi di vita. Gli uccelli nascono con un apparato
digerente già molto simile a quello di un adulto, infatti possono nutrirsi
utilizzando alimenti con i quali, poi si ciberanno durante la vita adulta. Il
bambino appena nato ha un pH gastrico intorno a 4, molto diverso da quello
dell’adulto che è pH=1 – solo dal sesto mese il bambino può essere svezzato. I
mammiferi sono gli unici animali che nei primi mesi di vita assumono come unico
liquido il latte materno, che risulta essere pressoché sterile. Il latte per il
neonato è estremamente digeribile, ma non è fatto per conservarsi – inoltre
deve necessariamente contenere tutti i nutrienti (macro e micro nutrienti –
quindi è l’alimento completo per il mammifero per il quale è stato prodotto). I
diversi mammiferi producono un latte qualitativamente uguale ma
quantitativamente diverso. In natura,
dopo lo svezzamento, il mammifero non consumerebbero più latte, comportando la
scomparsa degli enzimi adatti alla sua utilizzazione – questo spiega
l’intolleranza al latte in molti soggetti adulti.
Le grandi differenze
nella composizione del latte degli animali comuni deriva dal fatto che
l’animale sia ruminante o monogastrico:
-
Animale
ruminante: bovino, capra, pecore e bufala;
-
Animale
monogastrico: umano, maiale, asina.
Il latte contendo
tutti i nutrienti in soluzione acquosa è un sistema molto complesso, anche
perché in acqua sono presenti percentuali intorno al 3% di lipidi. L’acqua nel
latte raggiunge una percentuale del 88%. Alcuni componenti del latte sono
totalmente solubili (sono tutti a basso peso molecolare), mentre altri non lo
sono totalmente (polimeri ad alto peso molecolare):
-
alcune
proteine formano soluzioni colloidali e sono precipitabili per
ultra-centrifugazione – sono dette proteine del siero;
-
altre
proteine sono idrodisperse in soluzioni colloidali simili alle emulsioni per
mezzo di fosfolipidi che mantengono tale stato – sono dette caseine;
-
grassi,
che formano le emulsioni.
Le proprietà fisiche
del latte sono:
-
costanti
– dipendono da sostanze in soluzioni:
n punto di congelamento – abbassamento
crioscopico;
n indice di rifrazione (non viene molto
utilizzato).
-
variabili
– dipendono da tutti i costituenti:
n peso specifico;
n viscosità – che cambia anche in
funzione della temperatura;
n tensione superficiale.
COMPOSIZIONE CHIMICA –
del latte bovino:
-
Acqua: 88% come nel latte umano – le altre
specie hanno una percentuale minore;
-
Lipidi: 3-4%, ma dipende dalla dieta,
infatti si arriva al 20% nel latte degli animali dei paesi freddi. Latte umano
e latte bovino hanno percentuale lipidica simile. Il latte bovino contiene una
miscela di acidi grassi, tra cui anche a corta catena (che non sono
propriamente identificabili con il termine di acidi grassi), come l’acido
butirrico – che risultano più solubili in acqua. Analisi hanno dimostrato la
presenza di 142 diversi acidi grassi con un numero di C compreso tra 2 e 28,
con varie ramificazioni. La presenza di questa composizione lipidica (acidi
grassi a basso PM) determina la digeribilità di questo prodotto.
Come fanno
a restare in soluzioni i trigliceridi?
I trigliceridi si dispongono in goccioline (nucleo)
che vengono rivestiti da film di caseine, le quali legano fosfolipidi (con
funzione di tensioattivi). Sulla superficie si dispongono cariche negative che
derivano dal fosfato de fosfolipide o delle caseine – si forma il globulo grasso. Il fatto che la
superficie sia carica negativamente fa si che i diversi globuli si respingano;
tuttavia quando la T si abbassa la repulsione diminuisce con tendenza delle
micelle ad aggregarsi tra di loro. Se il latte appena munto viene subito
raffreddato si separa uno strato, chiamato panna – che può essere utilizzato
per la produzione del burro. Il latte umano presenta globuli più piccoli
rispetto a quelli del latte bovino, che quindi risulta meno digeribile perché
gli enzimi riescono a digerire con più fatica il globulo. Il latte bovino non
trattato è poco digeribile – per questo motivo è necessario operare un processo
di omogeneazione, ovvero un processo meccanico, che determina il passaggio del
latte attraverso un ugello stretto, comportando la rottura dei globuli.
La presenza
di composti tensioattivi è rilevata quando il latte viene fatto bollire molto
con formazione di bolle.
-
Proteine - due famiglie:
n
Caseine, che sono fosfoproteine (quindi
proteine complesse): sono acide e possono precipitare a pH 4.6/5. Sono le
proteine utilizzate per produrre formaggi. Le caseine nel latte bovino
rappresentano l’80%, mentre nel latte umano rappresenta il 30%. Esistono
diverse frazioni di caseine: alfa(S1), alfa(S2), k, beta e gamma – il loro nome
deriva dalla diversa velocità di separazione nell’elettroforesi. Oggi è
possibile separare 20 frazioni di diverse caseine. Porzioni prostetiche di tali
proteine sono: fosfato, calcio, magnesio, acido citrico. Quando si precipitano
le proteine precipitano anche i grassi, perché precipitano anche le micelle –
per questo motivo il formaggio fatto con latte intero è più grasso.
Per determinare la precipitazione
delle proteine si aggiunge del caglio, che è il contenuto dello stomaco
dell’animale ancora allattato – tutt’oggi mediante tecniche biotecnologiche è
possibile eseguire colture starter della flora batterica gastrica dell’animale
(che imitano il caglio) – tuttavia hanno la caratteristica di essere costanti
ma impoveriti (quindi si possono produrre formaggi con note aromatiche meno
marcate).
n
Proteine del siero: non precipitano: il latte vaccino
le contiene per il 20%, mentre il 70% nel latte umano. Queste proteine derivano
dal sangue ed entrano nella composizione del latte a livello della ghiandola
mammaria. Beta-lattoglobulina: proteine ricca di aa solforati (poveri
nelle caseine) – è la proteine più abbondante nel latte bovino, mentre è
totalmente assente nel latte umano; per
questo motivo risulta essere spesso la proteina del latte a cui il bambino è
allergico. Poiché il pH del bambino è ancora relativamente alto gli enzimi
proteolitici non funzionano molto bene, quindi le proteina possono non essere
totalmente idrolizzate determinando a livello intestinale una reazione
allergica.
Altra
proteina del siero è l’alfa-lattoglobulina (che rappresenta il 70% delle
proteine del siero umano e quindi circa il 50% delle proteine del latte umano).
Le immunoglobuline sono delle glicoproteine di peso molecolare elevato, sono in
quantità maggiore nel latte umano rispetto a quello bovino – queste proteine
svolgono ruolo nella protezione del neonato più che nutrizionale. BSA è un
allbumina che deriva dal siero del sangue e rappresenta il 5% delle proteine
del siero.
Qui troviamo diverse differenze tra
latte umano e latte vaccino: il latte umano contiene una percentuale proteica
intorno al 1.3%, mentre nel latte vaccino in una percentuale intorno al 3.5%.
-
Lattosio: presente per 4.6% nel latte vaccino
e per il 6.6% nel latte umano. Questo zucchero è presente solamente nel latte
animale. Il lattosio è l’unico zucchero disponibile nel latte – quindi non sono
disponibili zuccheri complessi. Il lattosio è totalmente solubile in acqua ed
ha la caratteristica di essere poco dolce (ha una dolcezza pari allo 0.4 della
dolcezza del saccarosio) – questo per evitare l’imprinting organolettico del
dolce, che costringerebbe da adulti a ricercare alimenti dolci. Il lattosio è
uno zucchero riducente. Contenendo, il latte molta lisina, il latte può andare
in contro ad imbrunimento per la Maillard. La fermentazione lattica determina
irrancidimento del latte per precipitazione delle proteine, con separazione del
siero – chiaramente la fermentazione lattica ha scopo anche a livello
industriale.
-
Componenti minerali: latte bovino circa 0.75% e latte
umano 0.23% a seguito di calcinazione. Il latte umano risulta essere più ricco
in micronutrienti rispetto al latte vaccino. N.B. i micronutrienti spesso
sono cofattori enzimatici, questo spiega il motivo per il quale probabilmente
nel bambino l’attività enzimatica è maggiore rispetto a quella del vitello.
-
Vitamine: in teoria dovrebbero essere
presenti tutte le vitamine, tuttavia le tipologie di vitamine dipende
dall’alimentazione dell’animale. Alcune vitamine sono termolabili, tuttavia
alcuni trattamenti termici attuali ne permettono comunque la conservazione.
-
Enzimi: trasmessi dalla madre al figlio per
aiutarlo nei processi digestivi, in quanto il neonato non è in grado di
digerire appieno (per quanto detto prima) – in realtà alcuni enzimi ostacolano
la conservazione del latte. Il trattamento termico permette la conservazione
del latte per disattivazione di enzimi che determinerebbero l’autodigestione
del latte.
Il latte di coniglia
ha una percentuale di acqua pari al 69%, inoltre ha una composizione lipidica
del 19% (questo perché permettere la crescita rapida dei conigli). Nel latte
umano abbiamo una percentuale del lattosio pari al 6.60% - il glucosio ha una
funzione prettamente energetica, mentre il galattosio svolge ruolo nella
formazione del SNC, quindi la presenza di alte percentuali di zucchero in
alcuni animali sono spia di intelligenza (cavallo). La percentuale proteica è
in linea con quella lipidica e nelle ceneri – questo spiega il motivo per il
quale i coniglii crescono molto rapidamente (raddoppiano il peso in meno di una
settimana).
Il latte di asina e di
cavalla assomigliano molto a quello umano.
LATTE PER USO
ALIMENTARE:
Il latte alimentare è
quasi esclusivamente bovino. Le quote latte introdotte per evitare la
sovrapproduzione di latte, riguardano il latte bovino, il latte di pecora ed il
latte di bufala – mentre non riguarda il latte di capra, questo spiega il
motivo per il quale il latte di capra è commercializzato in modo evidente.
L’unico latte adatto a bambini intolleranti è quello di asina (in realtà anche
quello di capra è poco immunogeno).
Il latte per uso
alimentare viene prodotto a T=37°C a pH=7, tuttavia appena dopo la mungitura il
pH tende a scendere a causa della fermentazione lattica. Il punto di
congelamento è di -0.55°C; la pressione osmotica è costante ed è uguale a
quella del sangue. Il latte alimentare è un alimento che non riesce ad essere
quasi mai completamente sterile (tuttavia la mungitura automatica migliora la
situazione). Il latte può essere sottoposto solamente a trattamento fisico e
mai chimico:
-
Trattamenti blandi: sotto i 100°C – latte a breve
conservazione: pastorizzazione e microfilrazione;
-
Trattamenti drastici: sopra i 100°C – latte a lunga
conservazione: UHT, sterilizzazione.
PASTORIZZAZIONE:
-
Metodo originale: riscaldamento a bagnomaria a 80°C
per alcuni minuti oppure a 60-65°C per 30 minuti.
-
Metodo usato effettivamente:
tecnica messa in atto da Stassano, allievo di Pasteur, utilizza temperature
alte a cui il latte viene portato per pochi secondi in un macchinario che funziona in continuo con un
metodo tipico dello scambiatore di calore. Questi apparecchi sono costituiti da
tre nuclei: 40°C – 80°C – raffreddatore. Questo trattamento è detto HTST (High
Temperature Short Time) e comporta la
distruzione di tutti i patogeni non sporigeni ed i virus – tuttavia permangono
alcuni batteri lattici (abbattimento della carica batterica da 10^6 a 10^4
germi/mL), la cui presenza è anche utile. Il latte viene prima omogeneizzato.
Il trattamento HTST determina l’inattivazione di molti sistemi enzimatici, con
conseguente miglioramento del processo di conservazione del latte; inoltre
rimangono inalterati i caratteri organolettici del prodotto.
MICROFILTRAZIONE
La microfiltrazione è
un processo decisamente più recente della pastorizzazione, accettato con
decreto ministeriale del 2002. Questo metodo è poco utilizzato ed è molto
costoso: il latte viene scremato, quindi la panna viene pastorizzata ed il
latte filtrato, poi riaggiunta per ottenere il latte intero – questo latte
contiene enzimi che possono autodigerirlo.
UHT – Ultra High
Temperature:
-
UHT indiretto: pastorizzatore modificato, che fa
passare vapore d’acqua a 100°C anziché acqua a 80°C;
-
UHT diretto: è la tecnica più moderna e
tutt’oggi più utilizzata. Il latte viene mescolato in un iniettore in un
recipiente preriscaldato sottopressione, quindi il tutto viene convogliato in
una camera di espansione, ove il latte si libera del vapore per espansione di
quest’ultimo contro il vuoto – il tutto viene eseguito a T alta per evitare
condensazione del vapore e quindi diluizione del prodotto. Operare sottovuoto
permette di eliminare anche odori che possono essersi prodotti durante il
trattamento.
STERILIZZAZIONE IN
AUTOCLAVE: non più utilizzato a causa di cattive caratteristiche organolettiche
e nutrizionali.
Come per l’olio tutti i trattamenti eseguiti non possono
nulla se il latte è di cattiva qualità – quindi deve essere correttamente munto
e trasportato.
04/05/2012
Le normative tutt’oggi adottate dallo
stato italiano sono normative europee che:
-
definiscono estremamente bene le
qualità del latte crudo;
-
definiscono le denominazioni del
latte posto in commercio;
-
definiscono le analisi necessarie al
fine di certificare la qualità del latte;
-
definiscono le norme igieniche;
-
definiscono le norme di stoccaggio e
di trasporto.
E’ necessario tenere di conto la
salute dell’animale da cui deriva il latte – le epidemie in campo animali sono
estremamente probabili. Malattie sono quelle dell’apparato gastroenterico,
apparato genitale, tubercolosi, malattie della mammella e brucellosi. Il latte
dopo al massimo due ore dalla mungitura deve essere raffreddato a +8°C, mentre
per raccolte non quotidiane deve essere portato a +6°C.
Gli antibiotici vengono dati agli
animali di allevamento per evitare la diffusione di epidemie, tuttavia l’uso
prolungato di antibiotici determina problematiche ambientali. Spesso
l’agricoltore è tentato di somministrare antibiotici al ruminante perché in
questo modo è possibile apportare modifiche alla flora batterica residente nel
rumine in modo tale da esaltare i processi digestivi – l’animale aumenta di
peso e produce più latte. Tuttavia la presenza di antibiotici nel latte
alimentare può determinare l’insorgenza di resistenza nel consumatore abituale
di latte.
Il latte pastorizzato è completamente
privo di germi e la fosfatasi deve essere assente – la fosfatasi è l’enzima del
latte più termolabile, quindi la sua assenza è sintomo di efficiente processo
conservativo.
In Italia esistono tre tipi di latte
pastorizzato:
-
pastorizzato: la perossidasi, l’enzima più
stabile ai trattamenti termici, può essere anche negativa – la negatività è
indice di trattamento termico prolungato, utilizzato magari poiché la qualità
del latte non era ottima in origine. Le proteine del siero, che sono quelle più
termolabili, devono essere in una percentuale maggiore e uguale dell’11%;
-
fresco: perossidasi positiva;
-
fresco alta qualità: il latte ad alta qualità è prodotto
solo da stalle certificate mediante decreto ministeriale. Perossidasi positiva.
Il latte UHT deve avere
caratteristiche organolettiche normali a seguito di sterilizazione.
Il latte pastorizzato può essere
conservato per 6 giorni – mentre il latte microfiltrato ha data la data di
scadenza 10gg a partire dal giorno successivo al trattamento.
Quindi l’ordine di qualità del latte
è:
-
latte
fresco (perché munto in condizioni ottimali);
-
latte
pastorizzato:
n latte pastorizzato fresco Alta
Qualità;
n latte pastorizzato fresco;
n latte pastorizzato;
-
latte
UHT diretto;
-
latte
UHT indiretto;
-
latte
sterilizzato in autoclave.
Diversi tipi di denominazioni in
relazione alla scadenza:
-
a
breve conservazione: pastorizzato (6gg);
-
a
media conservazione: UHT;
-
a
lunga conservazione: sterilizzato in bottiglia (180gg);
-
UHT
da conservare in grigorifero (consumare entro un mese anche se la scadenza è di
3 mesi).
CENTRALI DEL LATTE:
Un tempo erano di carattere
municipale, oggi sono per lo più private.
All’interno di questi stabilimenti si hanno differenti processi:
-
Controlli;
-
Trattamenti
termici;
-
Omogeneizzazioni;
-
Confezionato:
i contenitori sono disinfettati in acqua ossigenata.
Tali impianti, come tutti quelli di
produzione alimentari devono essere estremamente puliti – per evitare la
formazione di depositi si procede con produzioni in continuo che vengono
fermate solo una volta a settimana per la pulitura generale.
ANALISI DEL LATTE:
Le analisi su questo alimento vengono
effettuati al fine di valutare la genuinità del prodotto secondo quanto
stabilisce la legge.
Il residuo secco contiene tutti i
principi alimenti solidi ottenuti dopo evaporazione in una capsula – se dal
residuo secco vengono tolti i grassi (parte variabile in relazione al tipo di
latte) si parla di residuo magro.
Nel latte non sono ammessi additivi
di alcun genere – il latte è probabilmente l’alimento più protetto!
Esistono valori di grasso (tra
scremato e parzialmente scremato) per i quali il latte non può essere venduoi.
Per il legislatore il latte depauperato di alcuni grassi è impoverito di un suo
componente e quindi deve necessariamente essere venduto a prezzo minore
rispetto a quello intero.
L’annacquamento del latte è illegale
ma spesso se fatto bene può non essere rilevato.
La composizione dei lipidi può essere
resa meno satura somministrando mangimi ricchi di grassi insaturi
Il prelievo del campione deve,
chiaramente, riflettere la composizione media del lotto – quindi bisogna
prestare massima attenzione al latte crudo non omogeneizzato!
La prova sudiciometrica per mezzo di
filtro permette di valutare se si sono formati depositi nel processo produttivo
e se è entrata accidentalmente qualche particella (filtrabile).
I batteri lattici hanno potere
riducente: la resazzurina nella forma ossidata è blu, tale indicatore
riducendosi vira al rosa e, se il potere riducente è alto, vira all’incolore.
Il latte è di ottima qualità se l’indicatore rimane blu.
Esistono particolari densimetri che
permettono di valutare la densità del latte – es. lattodensimetro di Quevenne
(sulla scala graduata si legge il decimale della densità).
La determinazione del grasso può
essere effettuata mediante l’utilizzo del soxlet oppure utilizzando il
butirrimetro di Gerber.
Fleiscmann ha trovato la dipendenza
del peso secco totale dal peso specifico totale e le percentuali di grasso – se
i valori trovati sono irregolari si procede alla misura sperimentale.
La determinazione dell’indice
crioscopico viene eseguita utilizzando termometri speciali che permettono,
appunto, di valutare l’abbassamento crioscopico.
RICONOSCIMENTO DEI DIVERSI
TRATTAMENTI TERMICI:
-
Enzimi termolabili:
Fosfatasi,
che deve essere negativa in tutti i latti con l’unica eccezione del latte
crudo.
La
perossidasi nella maggio parte dei casi del latte pastorizzato è positiva,
mentre è sempre negativa nel latte UHT (in questo latte non deve essere più
presenta attività enzimatica);
-
Proteine del siero;
-
Prodotti neoformati a seguito di trattamenti termici drastici:
n
Lattulosio: deriva dal lattosio per trattamento
termico, che induce la trasformazione del glucosio in fruttosio. Il lattulosio
ha caratteristiche marcatamente lassative. Si forma in proporzione al carico
termico subito dal latte. Qui si osserva che l’UHT indiretto è più pesante
rispetto all’UHT diretto.
n
Furanosina: si forma per interazione tra un
residuo di glucosio con la catena laterale della lisina – reazione di
glicosilazione. Questo test viene utilizzato per distinguere il latte in
polvere – metodo per conservare il latte che prevede l’evaporazione. Il latte
in polvere non può essere utilizzato per la produzione di latte da bere,
formaggi e yogurt. In Italia ed in Francia lo yogurt non può essere fatto con
latte in polvere – la crema di yogurt (nome di fantasia) si. Generalmente lo
Yogurt viene fatto con UHT.
La liofilizzazione comporta prima il
raffreddamento a -80°C e l’evaporazione dell’acqua in questo stato per mezzo di
stottovuoto – costi alti. Il reingresso di acqua (nei pori) è molto favorita.
Industrialmente si utilizzano per la
liofilizzazione:
-
Spray
drying: le gocciline a contatto con l’aria calda sono ben a contatto e l’acqua
evapora subito. Latte si riesce a rigenerare molto facilmente (ma non bene come
la liofilizzazione) – così viene fatto il latte per bambini.
-
Roller drying: metodo più economico
col quale viene prodotto latte in polvere ad uso pasticceria: la cappa
aspirante determina eliminazione di umidità. La polvere che si ottiene è poco
igroscopica. Dal punto di vista nutrizionale lo perde.
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