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Farmacologia clinica: domande

1.Caratteristiche delle principali classi di lipoproteine e fisiologia del trasporto
I lipidi,essendo composti apolari, per essere trasportati in un liquido polare,quale è il sangue, devono entrare a far parte di strutture, dette micelle, sulla cui superficie sono espresse delle proteine, per permettere appunto ai lipidi di circolare, fungendo anche da recettori per il reuptake. Queste proteine, che circondano gli acidi grassi, il colesterolo e il colesterolo estere, sono dette lipoproteine. La lipoproteina quindi ha un involucro proteico ed un core centrale.
Le lipoproteine sono classificate in base alla densità:
1.       Chilomicroni
2.       VLDL
3.       IDL
4.       LDL
5.       HDL
Passando dai chilomicroni alle lipoproteine ad alta densità, diminuisce il contenuto in lipidi, quindi la densità della lipoproteina aumenta.
I chilomicroni sono le lipoproteine più grandi, hanno un elevato contenuto di lipidi, questo determina la bassissima densità. Sono ricchi in trigliceridi. Sono il principale prodotto lipoproteico di sintesi degli enterociti, hanno la funzione di trasportare i trigliceridi assunti dalla dieta al tessuto adiposo e muscolare, sulla loro superficie hanno diversi apoproteine, quali  Apo A-I, Apo B, Apo C ed Apo E. Dopo che hanno ceduto una parte dei lipidi, costituiscono i chilomironi remnants o residui, con ApoE, mentre apo A e C vanno sulle nascenti HDL.
VLDL (very low density lipoprotein, ossia lipoproteine a densità molto bassa), sono al secondo posto dopo i chilomicroni per densità e per contenuto in trigliceridi; contengono inoltre una quota di colesterolo. Le VLDL sono sintetizzate nel fegato; trasportano e cedono una parte dei loro lipidi ai diversi tessuti, e gradualmente si trasformano in IDL.
ILD hanno densità intermedia, derivano dalle VLDL dopo che hanno ceduto una quantità di TG al tessuto adiposo, contengono inoltre colesterolo. Sono al loro volta i precursori delle LDL.
LDL, densità bassa, contengono soprattutto gli esteri del colesterolo, hanno la funzione di trasportare quetst’ultimo al fegato, hanno espresso sulla superficie Apo B, che serve a essere captato dall’epatocita.
HDL recuperano il colesterolo dai tessuti, semplificato dalla presenza di LCAT, colesterolo acil transferasi, che aggiunge un acile al carbonio 3 del colesterolo, rendendolo più liposolubile e favorendone l’ingresso nel core HDL. Una volta recuperato lo portano al fegato.
Le apoproteine hanno anche funzioni specifiche, quali:
B48: sui chilomicroni, favorisce il passaggio dei TG al tessuto adiposo, serve alla cellula adiposa per riconoscere il chilomicrone.
C2: serve a scindere il legame dei TG, tra glicerolo ed acidi grassi, permettendone l’inserimento nella cellula adiposa.
B100: serve a riconoscere l’epatocita, presente soprattutto sulla LDL.
E: recettore dei remnants epatico.
La lipoproteina lipasi, presente sugli adipociti e stimolata dall’insulina, permette agli adipociti di captare le lipoproteine ed inglobare gli acidi grassi.


6.Caratteristica delle fasi 1-3 di un farmaco
Nella scoperta e nello sviluppo di un farmaco abbiamo un periodo di studi pre clinici e di studi clinici, in tutto il processo dura all’incirca 10 anni. Dopo gli studi pre clinici si deve ottenere un’autorizzazione dalla ASC, anagrafe degli studi clinici. Successivamente gli studi clinici sono divisi in 3 fasi, dopo la terza bisogna richiedere l’autorizzazione all’immissione in commercio AIC. Gli studi clinici di fase 1 sono condotti su un campione ridotto di soggetti sani, dai 20 agli 80, hanno come scopo l’individuazione di parametri farmacocinetici e farmacodinamici, nonché fornire un profilo iniziale di sicurezza. I punti cardine sono:
1.       Tollerabilità
2.       Farmacocinetica
3.       Metabolismo
4.       Interazioni
5.       Farmacodinamica
Ma si valuta anche l’efficacia, il profilo tollerabilità sicurezza e il rapporto valore qualità.
Il protocollo sperimentale deve essere valutato ed impostato sulle norme della buona pratica clinica, Good Clinical Practice, elaborate dall’ICH, comitato internazionale per l’armonizzazione delle farmacopee, approvate dall’agenzia europea per la valutazione dei medicinali, EMEA, usate dal 1997.
Ogni sperimentazione clinica è soggetta alla valutazione delle attività competenti, EMEA, ASC, AIFA in Italia, al ministero della salute per farmaci aventi già AIC, al istituto superiore della sanità per farmaci nuovi. Le procedure devono inoltre sottostare all’approvazione da parte dei comitati etici, organismi indipendenti composti da più professionisti e rappresentanti delle diverse categorie, esempio dell’associazione volontari per le sperimentazioni. E’ necessario il consenso informato dei volontari, cioè che i volontari sani firmino il loro assenso alle sperimentazioni, consenso voluto dal codice di Norimberga del 1948, a seguito dei crimini nazisti. I farmaci antitumorali sono la sola eccezione al concetto di volontario sano.
Per la fase 1 le problematiche più importanti sono la mancanza di statistiche affidabili, unite allo scarso numero di campioni disponibili. Gli aspetti etici limitano notevolmente questa fase, come la fase di reclutamento dei volontari e la sede di esperimento o i tecnici che eseguiranno lo studio, spesso al di sotto delle aspettative.
Come primo studio si valuta la tollerabilità, andando a stabilire una massima dose tollerata MTD, andando a valutare eventuali effetti avversi. La MTD è la massima dose che non provoca effetti tossici o che produce effetti tossici non letali in una piccola minoranza di soggetti. Quindi si definisce la minima dose non tollerata. Esiste un protocollo di tollerabilità, in cui va spiegato un razionale, come si eseguirà l’esperimento, lo scopo e altri parametri. Importanti sono le dosi, la prima dose non deve essere di molto inferiore alla dose per raggiungere un range terapeutico, ma non deve essere troppo alta, per problemi di sicurezza. Poi si incrementa a seconda del numero di soggetti, del numero delle dosi, della possibilità di usare un singolo soggetto 1 o 2 volte. Bisogna fare degli adattamenti da animale a uomo, tenendo conto di fattori correttivi, di un metabolismo a volte differente. Per incrementare le dosi si utilizza uno schema scale up, cioè uno schema sperimentale, controllato con il placebo, su cui si eseguono valutazioni farmacocinetiche e si sale fino alla massima dose tollerata. Posso incrementare la dose in modo aritmetico, geometrico o secondo Fibonacci.
Necessito di un disegno sperimentale, in particolare quando si hanno più trattamenti; infatti in base al numero di trattamenti si ha la schema utilizzato: se questi sono 2 Crossover, più di 2 quadrato latino. Ogni soggetto riceve tutti i trattamenti, in ordine casuale.
Le ADR, reazioni avverse da farmaci, sono classificate in A,B,C,D, sostanzialmente in base all’evento farmacologico che danno, aumentato, bizzarro, continuo e ritardato.
Esiste un protocollo per la farmacocinetica, in particolare si valutano attentamente la concentrazione plasmatica massima, Cmax e il tempo di emivita.  Anche qui si valutano attentamente le dosi, fino ad un minimo di 3 e le dosi ripetute che mi portano allo steady state, inoltre si fa un disegno sperimentale. La biodisponibilità si valuta in base al rapporto EV/OS, o si esegue un’analisi delle urine.
Gli studi di farmacodinamica ci sono in fase 1, ma non sono studi terapeutici, servono solo a valutare se nell’uomo si ha o no attività terapeutica. Le tecniche di studio sono assolutamente non invasive, non rischiose, fisicamente provanti, devono essere sensibili e specifiche, ripetibili.
Nella fase 1 si avviano studi di interazione, quando si hanno già ben chiare e definite le caratteristiche farmacocinetiche e la sua tollerabilità. Si valutano i farmaci per le interazioni in base al mio principio attivo in clinica, al paziente e agli studi animali o in vitro.

Arrivati alla fase due si hanno una serie di informazioni nuove, che mi permettono di avanzare nello studio.
Innanzitutto i soggetti selezionati sono tra i 200 e i 300, si possono selezionare volontari per indicazioni non terapeutiche, ad esempio per approfondire la farmacocinetiche,per indicazioni terapeutiche si selezionano pazienti. Poi si fa un disegno statistico, nella maggior parte dei casi randomizzato a doppio C.
Randomizzato significa assegnare ai pazienti il trattamento in studio o quello di controllo in base a una tabella di numeri casuali, detti random numbers. Cieco invece significa che il paziente non sa quello che sta prendendo, placebo o controllo, cecità singola solo il paziente non lo sa, doppia, neanche lo sperimentatore.
Bisogna avere un disegno sperimentale, con scopi e ipotesi già approvati prima di iniziare la sperimentazione. Il sistema oggetto di indagine è l’unità sperimentale, a cui si affianca il gruppo di controllo per fare un paragone, elemento cardine della fase 2. Il numero diunità sperimentali deve essere sufficientemente grande, i due gruppi, inoltre, devono essere trattati inmmodo identico. Si definisce la dose inattiva, cioè la dose alla quale non ho attività terapeutica, la minima dose attiva, la massima dose attiva. Importante fare studi di Dose/Risposta, ora che si hanno nuovi dati, in particolare la dose minima efficace e la massima tollerata.
Quindi, facendo un nuovo disegno sperimentale, si passa alla fase 3, avendo dai 1000 ai 4000 pazienti. L’obiettivo chiaro è confermare i benefici nei pazienti malati e verificare che questi benefici superino i rischi. Si cerca di migliorare il profilo di sicurezza, confermare l’efficacia del prodotto, ma soprattutto si cerca di avere una base per la domanda dell’AIC. Si ampliano i campioni, si scelgono sottopopolazioni, senza limiti di età, o di stadio della malattia, si valutano le interazioni e le combinazioni con altri farmaci.
Come obiettivi si hanno inoltre: migliorare l’efficacia, la sicurezza e la tollerabilità in un campione rappresentativo; secondariamente si mettono insieme dati per la compilazione del foglietto illustrativo; poi si tenta di essere coerenti con la scelta dei soggetti a cui sarà destinato il farmaco. Ovviamente si applicano test statistici ( T student ) per valutare lei trattamenti sulle varie sottopopolazioni. Si devono segnalare particolari variazioni, senza produrre errori. Quindi si può richiedere l’AIC.

4.Esempi di scoperta e sviluppo nuovi farmaci
Drug discovery e development.
Questi studi rientrano negli studi preclinici. In principio bisogna individuare degli HITS, cioè un composto attivo primario, dotato di attività biologica, che supera, in un determinato saggio, un valore soglia predeterminato. Gli HITS si individuano tramite HIGH-THROUGHPUT SCREENING o mediante studi in vitro. HTS funziona in modo automatizzato, dei bracci robotici, precaricati con delle molecole da testare, iniettano il composto in delle colture cellulari, piastre, minimo 96 nelle grandi industrie. Quindi si valuta se le molecole hanno o meno attività biologica, sono studi a random, senza un razionale. Altrimenti ho test in vitro a random.
Altro approccio è il compound based, nel quale si inizia da un composto naturale, lo si identifica e lo si analizza, questo farà da base per i nuovi target, si analizzano le relazioni strutture attività e si testano tutti gli isomeri. Si sviluppano nuovi composti partendo da uno noto. Ha un razionale.
Il terzo approccio è target-based, cioè basato su un obiettivo, che può essere un’enzima, recettore, canale ionico, ormoni, DNA o meccanismi particolari. Potrei avere tecniche molecolari o basati sull’esperienza clinica, si tenta di modulare una funzione biologica, esempio i nuovi antitumorali, sempre più specifici.
Si devono comunque avere dei sistemi di validazione del target, in vivo o in vitro, verificare cioè che il mio composto moduli quella funzione cellulare che mi interessa, affinchè possa diventare un composto di interesse terapeutico.
Dopo tutti questi processi occorre verificare gli HITS, in parametri chimico fisici, farmacologici, chimici.
Si scartano gli HITS non idonei,  si arriva ai LEADs, composti con attività biologica, che vengono studiati nel dettaglio.

 28. Metodi di studio nella farmacoepidemiologia 
L’epidemiologia è lo studio della distribuzione delle malattie infettive e dei determinanti nelle varie popolazioni. La farmaco epidemiologia è lo studio degli effetti dei farmaci su un grande numero di persone, molto studiate sono le malattie croniche. E’ una materia d studio importante, in quanto gli studi farmaco epidemiologici sono usati negli studi clinici, inoltre sono richiesti per gli studi di post-marketing e farmaco vigilanza. La Farmacoepidemologia si occupa di studiare gli effetti dei farmaci su grandi popolazioni, studiandone rischi ed efficacia, è importante perlla farmacologia clinica, usando metodi epidemiologici. Si occupa della distribuzione, frequenza ed effetto dei farmaci su grandi popolazioni, è utile per la valutazione dei costi/benefici e quindi per la farmaco economia. Ci sono due tipi di studi:
1.       analitici
2.       descrittivi
Gli studi osservazionali analitici si dividono i 2, in base alla popolazione selezionata ( coorte,popolazione selezionata in cui confronto la diversa incidenza di un determinato effetto, o controllo, che confrontano soggetti con un evento grave, caso, con un gruppo, più o meno simile, ma privo dell’evento, controllo ) e in base al tempo di osservazione ( longitudinali, se si realizzano nel susseguirsi del tempo, misurano quanti casi di un dato evento ho in un lasso di tempo; trasversali, dati ottenuti in un periodo determinato, prevalenza istantanea di una patologia. ) Gli studi possono essere prospettici,seguendo l’evolversi degli eventi in ordine cronologico, o retrospettivo, condotto su una documentazione già esistente.
Gli studi descrittivi hanno come obiettivo un fenomento, lo descrivono, ne misurano la frequenza, la distribuzione nelle varie popolazioni. Sono a distribuzione spaziale se seguono il fenomeno, analizzandolo nello stesso periodo di tempo, ad andamento temporale se lo seguono nel tempo.

7.Caratteristiche della fase IV nello sviluppo clinico di un farmaco 
Gli studi di fase 4 sono anche detti sorveglianza post-marketing, vengono successivamente al brevetto,all’approvazione e alla registrazione di un farmaco.
1.       Registra e valuta eventi avversi rari.
2.       Fornisce ulteriori informazioni sul profilo efficacia e sicurezza.
3.       Studia tutte le sottopopolazioni di pazienti che prendono il farmaco.
4.       Studi a lungo termine.
Importante per il rapporto efficacia/tollerabilità, permette la conoscenza della morbilità e della mortalità di una patologia, a volte si scoprono nuove indicazioni terapeutiche.
8.Farmacovigilanza
La farmacovigilanza fa parte della fase post-marketing di un farmaco, quando cioè il farmaco ha già ottenuto l’approvazione ed è già stato immesso sul mercato. si occupa di studiare soprattutto gli effetti avversi ADR, del farmaco, ma è utile anche come approfondimento, informazione ed insegnamento.  Raccoglie le segnalazioni di possibili ADR, segnalazioni che arrivano a coloro che hanno l’autorizzazione al commercio, MA, ma anche alle autorità competenti, questi rapporti saranno valutati scientificamente, da entrambi gli organi, i possessori dell’autorizzazione nomineranno un responsabile per la farmacovigilanza, poi gli MA potranno attuare decisioni urgenti, esempio ritiro dal commercio, iniziare studi più approfonditi. Le ADR sono classificate in base ad una lettera in A,B,C,D.  Le reazioni di tipo A sono in base alla dose, indotte da proprietà farmacodinamiche, sono dette prevedibili. Le reazioni di tipo B sono di tipo imprevedibile, esempio reazioni immunoallergiche legate alla genetica. C sono a lungo termine, contiune, tipo astinenza o reazioni immunitarie, D sono ritardate, simili a C ma più a lungo termine, esempio ADR degli oppioidi. Per valutare la casualità si usano due metodi, uno statistico,uno in base ad una classificazione, A se ho casualità verificabile, B se ho rapporti insufficienti, 0 se la casualità non è verificabile. Per raccogliere informazioni ho la notifica spontanea, o i metodi di trasmissione, volontario, obbligatorio o informazione sporadica.

21.Impiego delle colture cellulari nella fase preclinica 
Le colture cellulari sono un metodo di valutazione e di studio nella fase pre clinica di un nuovo farmaco. Rispetto ai modelli animali permettono un maggiore controllo e riproducibilità, non hanno una intervariabilità individuale, sono più uniformi e , grazie ad i fattori di crescita, hanno un campo di studio molto vasto. Infatti sono utilizzati per gli screening di individuazione di una nuova molecola, per cstudiare la farmacodinamica, o semplicemente per studiare un composto bioattivo. Possono essere colture d’organo, di tessuto o cellulari. Le colture d’organo mantengono in vivo l’architettura e le funzioni dell’organo, come se fosse in vivo, oltre alle interazioni. Hanno però una proliferazione limitata e necessitano di espianti freschi, ciò limita il loro uso. Le colture di tessuti mantengono l’istologia del tessuto di provenienza e le interazioni tissutali, ma sono disponibili solo per alcuni tessuti. Le colture cellulari sono le colture più semplici, ma proprio la loro semplicità potrebbe costituire uno svantaggio per il modello, fin troppo semplificato. Sono fonte di materiale, si possono conservare per tempi più o meno lunghi, comprare colture specifiche, già disponibili in commercio, non si usano animali di laboratorio e costano nettamente meno delle altre colture. Oltretutto le cellule potrebbero interagire con il terreno di coltura.

29. Esempi di composti bioattivi nutrizionali per la prevenzione e la cura delle malattie metaboliche 
Solitamente, accompagnati a malattie neurodegenerative potrei avere uno scompenso ed una malattia metabolica, ad esempio un’alterazione del metabolismo dei lipidi e delle proteine. Ad esempio nella leucodistrofia ho un’alterazione perossisomiale, che mi causa una beta ossidazione modificata, in particolare ho un’elongasi modificata e gli acidi grassi a catena molto lunga hanno livelli anormali. Infatti nel plasma si accumulano acidi grassi C26 e C24, saturi. Nell’adrenoleucodistrofia ho un’anomalia della beta ossidazione, i sintomi sono una progressiva neuro degenerazione con riduzione della motilità e delle funzioni cognitive. E’ possibile pianificare una terapia nutrizionale, in particolare introducendo acidi che competono per l’elongasi, ma che non danno C26 o C24. All’inizio era l’acido trioleico ed erucico , ma poi si scoprì che questo ultimo riduceva la conta piastrinica, . Quindi si modificò la terapia con acido linoleico coniugato. Uno studio pilota valutò la miscela, concludendo che l’introduzione di acido linoleico coniugato era vantaggiosa.

27.Meta-analisi
Le meta-analisi sono un modello di sperimentazione ed analisi degli studi clinici. E’ una tecnica clinico-statistica che permette di assimilare i risultati di più trials in un unico trattamento. Richiede una conoscenza approfondita delle banche dati. Per eseguire una meta-analisi all’inizio ci si pone un obiettivo, definendo anche dei criteri di inclusione/esclusione dei trials che si prenderanno in esame, ad esempio trials che valutano un end point diverso da quello che mi serve non verranno presi in considerazione. Poi si esegue una ricerca dei trials d’interesse sulle diverse banche dati, in modo che questa ricerca sia la più completa possibile. Quindi si valutano i trials che rientrano nelle categorie, facendone un’analisi critica, ad esempio guardando caratteristiche più approfondite, quali metodi di somministrazione, tipologie di pazienti, stadi della malattia. Se i trials risultano abbastanza omogenei, senza un’eterogenicità significativa si combinano ( pooling ), spesso in modo grafico. Quindi si interpretano i risultati, cercando di tener conto dell’eterogenicità inter trials e del pooling. Una buona parte degli studi terapeutici vengono fatti accumunando trials randomizzati, questa meta analisi è necessaria quando lo stesso trattamento è valutato in molteplici trials. Le meta-analisi permettono di verificare l’efficacia dei trattamenti, anche se bisogna discriminare le meta-analisi di pochi e insignificanti trials, spesso fatte per portare avanti un’idea inattendibile. La valutazione delle meta-analisi è quindi necessaria, vanno considerati aspetti statistici e clinici, valutazione semplificata dalla valutazione dei grafici, in particolare dagli intervalli di confidenze della misura dell’efficacia di singoli trials e dalla loro combinazione. Questa valutazione dovrebbe condurre a due sole conclusioni:
1.       Considerare i trials troppo eterogenei per essere, la meta-analisi, significativa.              
2.       Considerare i trials significativamente simili, consentendo una misura globale dell’efficacia, più precisa e riproducibile di quella dei trials singoli.

16. Meccanismi di controllo del ciclo cellulare. Importanza nella farmacologia antitumorale 
I meccanismi che controllano il ciclo cellulare sono i seguenti:
1.       Fattori di crescita
2.       Recettori per i fattori di crescita
3.       Trasduttori intracellulari
4.       Fattori nucleari di trascrizione
5.       Proteine che controllano il ciclo
In particolare le proteine di controllo sono importanti, esse sono fondamentali per il procedere della cellula durante il ciclo cellulare. Ho 3 punti di controllo: al passaggio tra G1 e S, tra G2 e M, durante M. Le proteine che regolano il tutto sono le cicline e le chinasi dipendenti dalle cicline. Le prime variano in concentrazione durante tutto il ciclo, le seconde rimangono costanti, sarà poi il legame con lecicline, diverse e varie, che permetterà alla cellula di procedere durante il ciclo, o che arresterà il tutto. Ad esempio, durante la fase G1 viene prodotta la ciclina D, ciclina che agisce come promotore per la sintesi di pRb, cioè la proteina retino blastoma, così chiamata perché, essendo un onco soppressore, inibisce la progressione del ciclo da G1 a S, se la cellula non è pronta blocca il ciclo, una sua mancanza, disfunzione, o mutazione, provoca il retino blastoma. Questi punti di controllo sono importanti, perché molti farmaci antitumorali sono ciclo cellulare specifici, cioè agiscono solo in un punto specifico del ciclo cellulare e sono molto più efficaci in quella finestra temporale. Ad esempio gli alcaloidi Vincristina, Vinblastina, sono specifici della fase M, legandosi ai microtubuli. Farmaci recenti sono inibitori dei fattori di crescita,di cui molti tumori aumentano l’espressione dei recettori, andando incontro ad una crescita sproporzionata ed eccessiva, in particolare delle tirosin chinasi,ad esempio l’imatinib, usato molto nella leucemia mieloide cronica. Anche alcuni anticorpi monoclonali, ad esempio il transtuzumab, si lega sul recettore dei fattori di crescita, inibendolo; inoltre sembra che il transtuzumab induca degli inibitori del ciclo cellulare, p21 e p27.
15. Agenti alchilanti
Gli agenti alchilanti sono una classe di farmaci antitumorali, agiscono formando dei legami con tutti i composti nucleofili della cellula, per cui DNA, RNA, enzimi, in questo modo sono tossici per la cellula in questione e ne inducono il blocco cellulare e la morte per apoptosi. Sono fortemente elettrofili, o meglio, generano un composto fortemente elettrofilo, in grado di legare il nucleofilo, danno reazioni prettamente di alchilazione, in particolare al N7 della guanina, o all’O in 6. Si dividono in 5 gruppi:
1.       Mostarde azotate
2.       Nitrosuree
3.       Alchil solfonati
4.       Etilenimine
5.       Triazeni
Le mostarde azotate hanno un gruppo bicloro etilico, con la possibilità di una variazione in grado di migliorarne la biodisponibilità, la reattività, la biotrasformazione. Alcuni antitumorali hanno bisogno di essere bioattivati, ad esempio la ciclofosfamide. In generale questi composti possono essere monofunzionali, formando un solo legame con il nucleofilo, o bi funzionali, i migliori, bloccano il DNA in posizione a catena aperta, inducendo l’apoptosi. I mono invece potrebbero essere mutageni e a loro volta cancerogeni. Importanti sono gli enzimi di riparazione del DNA. Le cellule tumorali possono acquisire una resistenza, riducendo la permeazione del farmaco, inattivandolo, esempio con il glutatione, riparando il danno o metabolizzando subito il composto attivo. In tumori che hanno un ampio grado di mutazione bisogna cambiare spesso la terapia in modo da non rendere possibile una resistenza acquisita. Gli effetti degli antitumorali alchilanti si esplicano su tutte le cellule, sane o tumorali, senza specificità. In particolare contro le cellule in rapida proliferazione, esempio intestino o cuoio capelloso, ma anche globuli bianchi. Danno una serie di effetti collaterali variabile, quali mielodepressione, nausea, alopecia, tossicità sulle mucose, ma anche neurotossicità, fibrosi polmonare, inoltre molti alchilanti sono vescicanti, impossibile l’intramuscolare. Laprima mostarda azotata fu la mecloretamina, usata ancora in alcuni linfomi Hodgkin per via endovenosa, dando mielodepressione, nausea e soppressione della fertilità come effetti collaterali più comuni. La ciclofosfamide è un altro alchilante che ha bisogno di essere bioattivato, liberando acroleina. Si usa anche per via orale o endovenosa,      per linfomi o carcinomi e leucemie, dosaggio variabile in base alla conta linfocitaria, anche per antirigetto e artrite reumatoide. Le nitrosuree le uso principalmente per i tumori dell’apparato gastrointestinale,  decompongono andando ad alchilare il DNA e andando a legare il glutatione ed altri enzimi responsabili della riparazione del DNA, danno mielosoppressione e blocco renale. Sono disponibili oralmente.

20.Strategie per il trattamento di patologie neurodegenerative 
1.       Aumento della componente energetica cellulare, ad esempio aumentando il NAD con la nicotinammide.
2.       Aumento della riparazione del DNA, mediante enzimi specifici di riparazione. Gli enzimi sono delle endonucleasi specifiche, che riconoscono e tagliano il tratto di DNA danneggiato, DNA polimerasi, che sintetizza nuovo DNA; DNA ligasi, che lega il nuovo DNA polimerizzato al vecchio.
3.       Inibizione della formazione di radicali liberi, o di fenomeni ossidativi, esempio inibitori del NOS, antagonisti del NDMA.



22. Farmacogenetica e farmacogenomica
La FARMACOGENETICA si occupa del ruolo dei geni nella risposta ai farmaci. E’ noto che è presente tra i singoli individui una variabilità di risposta ai farmaci dovuta a fattori genetici ereditari. Lo scopo della farmaco genetica è quello di individuare i geni candidati, definire le differenze nei geni candidati tra individuo e individuo, e di correlare le alterazioni nel fenotipo - definito da una specifica risposta ad un dato farmaco - con il genotipo del paziente.  Questi studi, avvalendosi di tecnologie ad alta capacità per l’analisi del DNA (come DNA microarrays o DNA chips), sono stati estesi più recentemente alla analisi dell’ intero genoma umano, tenendo conto la possibilità che la risposta al farmaco sia influenzata da una moltitudine di geni, non solo di quelli che codificano per le proteine coinvolte direttamente nell’azione del farmaco, ma anche di geni dal potere di modificare tale risposta, appunto chiamati “modificanti”. Lo sviluppo di queste ricerche ha dato l'avvio allo sviluppo della FARMACOGENOMICA,  la scienza che si interessa di come le conoscenze sul genoma umano e sui suoi prodotti (gli RNA e le Proteine) possano essere utilizzate nella scoperta e sviluppo di nuovi farmaci. Si basa sull'analisi dell'intero genoma di un individuo per identificare sia geni che possano essere utilizzati come target per nuove terapie, sia profili genetici individuali dai quali può dipendere la risposta ai principi attivi somministrati.
La variabilità individuale nella risposta alla terapia farmacologica è un grosso problema. Soggetti diversi rispondono in modo diverso allo stesso farmaco somministrato alla stessa dose. Questa variabilita’ si riscontra non solo per quanto riguarda gli effetti desiderati (cioe’ nell’ efficacia del farmaco), ma anche per le reazioni avverse e la tossicità. In un paziente l’effetto terapeutico (in blu) di un farmaco viene ottenuto con limitati effetti collaterali (in rosso), mentre in un altro paziente la stessa dose produce un effetto terapeutico minore esponendo il paziente agli stessi effetti collaterali (in rosso). In questo secondo caso il farmaco ha una efficacia ridotta.
La mancata o ridotta risposta ai farmaci e’ un evento comune. Se consideriamo alcune delle maggiori categorie di farmaci attualmente prescritti, vediamo che esiste un’alta percentuale di pazienti nella popolazione generale che non rispondono o rispondono in modo ridotto alle dosi convenzionali del farmaco. Questa percentuale e’ del 10-25 % per gli antagonisti dell’angiotensina 2 e per gli inibitori dell’ angiotensin-converting enzyme, entrambi utilizzati  nel trattamento della ipertensione, 15-25% per i beta-bloccanti usati nel trattamento della insufficienza cardiaca, 20-50% per gli antidepressivi triciclici, ed arriva al 40-70% per gli agonisti del recettore adrenergico beta 2, usati come broncodilatatori nel trattamento dell’ asma.Le conseguenze cliniche degli effetti collaterali possono variare da lievi malori a situazioni molto serie che richiedono l’ospedalizzazione del paziente e che possono anche esitare nella morte.
Per dare dei numeri a questi fenomeni, si ritiene che il 5-20 % dei pazienti ricoverati negli ospedali della comunita’ europea soffrano di reazioni avverse ai farmaci. Negli Stati Uniti e’ stato calcolato che circa 100.000 morti l’anno sono causate da reazioni avverse ai farmaci. In base a queste statistiche le reazioni avverse alla terapia farmacologica arrivano a rappresentare dunque negli Stati Uniti la quarta causa di morte dopo le malattie cardiovascolari, i tumori e l’ictus.
La variabilità individuale nelle risposte dei pazienti ai farmaci è dovuta a diversi fattori. Alcuni sono fattori fisiologici, come la età, il sesso e il peso corporeo del paziente, altri sono patologici come la presenza di altre malattie, ed il livello di funzionalita’ renale o epatica. Fattori ambientali possono influenzare la risposta di un dato paziente al trattamento farmacologico. Tali fattori includono il tipo di dieta, il consumo di alcool, il fumo e l’assunzione di altri farmaci. Comunque, nonostante una attenta selezione della terapia sulla base di questi fattori, non c’e’ alcuna garanzia che un dato trattamento sara’ efficace o ben tollerato in un dato paziente. E’ infatti verosimile che una delle cause piu’ importanti delle differenze nella risposta ad un dato farmaco e’ la variabilità genetica degli individui.
Il tipo piu’comune di polimorfismo e’ quello del tipo noto come Single Nucleotide Polimorphism or SNP. Gli “SNIPs” sono il risultato di una sostituzione di un singolo paio di basi nella sequenza del DNA. Sono molto frequenti e sono presenti ogni 1000 paia di basi. L’intero genoma contiene da 3 a 10 milioni di SNIPS e di questi un milione ed ottocentomila sono stati caratterizzati dallo SNIP consortium. Si ritiene che ogni gene ha tra cinque e dieci SNIPs, anche se solo meno dell’ 1% hanno significato biologico. Questo significato biologico puo’ venire dalla sostituzione  di un aminoacido nella proteina o da alterazioni nell’espressione della proteina dovute a SNIPs nella regione del promoter.
Per capire la base genetica della variabilita’ della risposta ai farmaci, bisogna in primo luogo considerare i meccanismi farmacologici che determinano la risposta di ognuno di noi ad un farmaco. La prima serie di meccanismi ha a che fare con la farmacocinetica del farmaco, che determina la disponibilita’ del farmaco nel suo sito di azione (biodisponibilita’). Quando per esempio assumiamo per via orale una medicina, il farmaco viene assorbito nel piccolo intestino, rilasciato nel circolo portale e disperso in tutto il corpo mediante il circolo sistemico. Il farmaco viene trasformato dal fegato nei suoi metaboliti ed eliminato per mezzo della bile o dal rene per mezzo dell’urina. Pertanto la concentrazione di un dato farmaco nel suo sito di azione e’ determinata da assorbimento, distribuzione, metabolismo ed escrezione (ADME).
La seconda serie di meccanismi è interessata dalla farmacodinamica del farmaco e coinvolge il sito specifico di azione in cui il farmaco ha il suo effetto biologico. I farmaci possono interagire (in questa sede) con recettori o canali ionici sulla superficie della cellula oppure possono  essere trasportati all’interno della stessa ed interagire con enzimi intracellulari o proteine regolatrici.
Quali sono dunque i geni che influenzano la risposta ad un dato farmaco ? Innanzitutto sono i geni codificanti per le proteine coinvolte nella biodisponibilità del farmaco, e includono trasportatori ed enzimi del metabolismo. Seguono i geni codificanti per il bersaglio terapeutico del farmaco, e includono recettori, canali ionici, enzimi e proteine regolatrici. Polimorfismi degli enzimi responsabili del metabolismo dei farmaci.  La biotrasformazione epatica e’ il meccanismo principale per la regolazione della concentrazione del farmaco nell’ organismo e quindi nel suo sito di azione.
I farmaci sono in generale composti lipofilici cosa che facilita il loro trasporto attraverso le membrane cellulari. Questa proprieta’ pero’ li rende anche difficili da eliminare perche’ vengono riassorbiti dai tubuli renali. Gli enzimi del metabolismo epatico trasformano composti lipofilici in metaboliti più idrosolubili che possono essere eliminati più facilmente nell’urina. Il metabolismo del farmaco nel fegato è diviso in due componenti, reazioni di fase I, e reazioni di fase II.  Le reazioni di fase I interessano i gruppi funzionali della molecole, e includono ossidazioni, riduzioni ed idrolisi.   Queste reazioni sono seguite dalle reazioni di fase II, che effettuano la coniugazione con sostanze endogene come la solfatazione, acetilazione e metilazione. Di solito, il metabolismo epatico risulta nella formazione di composti che sono farmacologicamente inattivi e che poi sono escreti. Pero’, la biotrasformazione epatica può servire in certi casi per attivare un farmaco. Un esempio e’ la codeina, che di per se e’ inattiva ma viene trasformata in morfina dal citocromo P450.
Nell’uomo ci sono almeno 30 enzimi suddivisi in famiglie e sottofamiglie (isoforme), che metabolizzano farmaci (vedi figura: Le dimensioni di ogni spicchio corrispondono alla percentuale dell’attivita’ metabolica totale mediata da ogni enzima). Più di tre quarti fanno parte della famiglia del citocromo P450, e sono indicati con CYP. Di questi almeno tre hanno conseguenze cliniche per la risposta al farmaco e sono il citocromo 2D6, 2C199 e 2C9. CYP2D6 metabolizza il 25% circa del totale dei farmaci prescrivibili. CYP2C19 metabolizza gli antidepressivi (diazepam, imipramine), omeprozol (ulcera gastrica). CYP2C9 metabolizza la phenytoin (antiepilettico), warfarin (anticoagulante), glipizide (ipoglicemizzante per diabetici). Per quanto riguarda gli enzimi delle reazioni di fase II, almeno 4 hanno conseguenze cliniche per la risposta al farmaco. La NAT2 N-acetyltransferase, agisce sui sulfonamidi (infezioni batteriche), caffeina, e i carcinogeni del tabacco (aumenta il rischio di tumori). La COMT (Catechol-o-Methyltransferase) agisce sulle catecolamine (noradrenalina, adrenalina, dopamina). La TMPT (Thiopurine Methyltransferase) agisce sui farmaci anti-tumorali (6-mercaptopurine and thioguanine) impiegati nel trattamento della leucemia linfoblastica. UGT: UDP glucuronosiltransferase, che agisce su i cancerogeni ambientali. I polimorfismi influenzano la concentrazione e la emivita del farmaco nel sangue. Farmaci dalle concentrazioni e emivita nel sangue più elevate rispetto alla popolazione media indicano un ridotto metabolismo del farmaco. Per contro una riduzione della concentrazione e della emivita del farmaco nel sangue è spia di un metabolismo elevato del farmaco. Nel primo caso aumentano gli effetti avversi, nel secondo caso si riducono gli effetti terapeutici.
I pazienti con specifici fenotipi possono essere identificati somministrando un farmaco sonda (“probe drug”) al paziente. Il farmaco viene metabolizzato e il rapporto tra il farmaco e il suo metabolita  (la frazione metabolica) viene misurato dopo un intervallo di tempo definito. Una frazione metabolica elevata indica che il farmaco sonda e’ ancora presente in circolo e non e’ stato metabolizzato. Una frazione metabolica bassa, invece, indica che il farmaco sonda e’ stato quasi tutto convertito nel suo metabolita.
Il citocromo P450 e la sua isoforma nota come 2D6 e’ forse il piu’ studiato tra tutti gli enzimi del metabolismo dei farmaci. E’ responsabile per il metabolismo di circa il 25-30% dei farmaci  attualmente prescritti nei paesi occidentali. Tra i farmaci metabolizzati dal citocromo 2D6 ci sono: a. beta-bloccanti, come propranololo e metoprololo, b. antiaritmici, come nimodipina, c. antidepressivi triciclici, come imipramina e fluossetina, d. neurolettici  come aloperodolo, e. antitussivi, come destrometorfano, f. narcotici, come codeina. La proporzione dei fenotipi da CYP2D6 varia nei diversi gruppi etnici. I Poor metabolizers (i.e. con frazione metabolica > 20) sono piu’ comuni tra gli individui di origine europea  (5-10%), sono meno frequenti negli africani (2-5%) e sono rari negli individui dell’estremo oriente (<1%)
La distribuzione del fenotipo di metabolizzatore ultrarapido e’ diversa. Gli Ultrarapid metabolizers sono rari tra gli scandinavi (1.5%)  ma frequenti tra gli etiopi (20%) Il gene CYPD26 e’ quello con maggiore variabilita’ nella famiglia del citocromo p450. Sono state descritte piu’ di 75 varianti alleliche. Molte di queste (varianti) sono SNIPs. Sono anche descritti altri tipi di varianti, comprese delezioni o addizioni di singole basi, delezioni del gene o duplicazioni di tutto il gene fino a 13 volte.
I soggetti con rapporto metabolico più sfavorevole (“poor metabolizers”) sono in media privi di copie funzionali del gene. I soggetti con rapporto metabolico più basso (“ultra-rapid metabolizers”) presentano ciascuno in media 3 o più copie funzionali del gene.
E’ stato dimostrato infatti che gli individui con copie multiple hanno una notevole riduzione nella concentrazione e nell’emivita del farmaco nel sangue. C’è un rapporto diretto tra concentrazioni medie plasmatiche del farmaco-sonda e il numero di copie funzionali del gene CYP2D6 (vedi esempio in figura con Nortriptyline).
Quali sono le conseguenze cliniche dei polimorfismi di 2D6?
Gli antidepressivi triciclici producono una serie di reazioni avverse tra i poor metabolizers. Queste reazioni includono tossicita’ cardiaca, tachicardia, xerostomia, costipazione e debolezza. Gli agenti antiaritmici producono parestesie, disturbi visivi, vertigine, nausea, vomito. In entrambi i casi le reazioni avverse sono il risultato di alti livelli del famaco in circolo dovuti al metabolismo inefficiente. Entrambi i tipi di farmaci tendono ad essere inefficaci alla comuni dosi terapeutiche negli ultra-rapid metabolizers giacche’ e’ difficile raggiungere concentrazioni adeguate nel sangue.
Nel caso della codeina l’efficacia del farmaco mostra una inversione di tendenza nei due fenotipi. La codeina non e’ efficace tra i poor metabolizers giacche’ non sono capaci di convertirla nel suo metabolita attivo, la morfina. Gli ultra-rapid metabolizers  hanno invece una risposta esegerata alla codeina, con euforia e nausea.
Bisogna tenere presente che la risposta ad un farmaco non è un tratto monogenico, ma il risultato dell’ interazione di vari geni e di multiple percorsi. Nel caso piu’ semplice, la selezione di una terapia appropriata in un dato paziente, deve tenere presente il genotipo degli enzimi metabolizanti il farmaco ed anche il genotipo del bersaglio farmacologico. Questo allo scopo di ottenere il risultato desiderato della massima efficacia col minimo della tossicita’.
Esistono polimorfismi che non cambiano di per sé il metabolismo del farmaco o il bersaglio, però alterano in qualche modo il contesto in cui i farmaci producono il loro effetto. La risposta ad un farmaco puo’ essere modulata anche da polimorfismi di disease-modifying genes i quali influenzano la severita’ ed il decorso della malattia.
Esempio di gene modulatore è quello della apolipoproteina E nel morbo di Alzheimer.
La apolipoproteina E è una proteina coinvolta nel trasporto del colesterolo, e pazienti con polimorfismi di questa proteina hanno un rischio elevato di avere il morbo di Alzheimer.
Polimorfismi del gene dell’ apolipoproteina E (APOE) modulano anche la risposta alla terapia del morbo di Alzheimer  con inibitori dell’acetilcolinesterasi (p.es. tacrina). Pazienti con la variante APOE4 presentano ridotta risposta alla tacrina. Però, la tacrina non ha nessuna interazione con l’ APOE, e dunque il meccanismo per la modulazione della risposta alla tacrina è sconosciuto. Questa associazione tra APOE4  e effetto farmacologico della tacrina e’ piu’ marcata nelle donne, suggerendo che la risposta alla tacrina è ancora più complessa e che altri geni possono partecipare nell’effetto farmacologico della tacrina.
Questo esempio indica l’importanza della farmacogenomica e quindi dell’analisi dell’intero genoma per scoprire i meccanismi complessi che determinano la risposta ai farmaci.

In conclusione, qual’è l’impatto della farmacogenomica sul trattamento farmacologico del futuro?
Il potenziale della farmacogenomica consiste nell’identificare pazienti con la stessa diagnosi ma geneticamente diversi riguardo alla risposta ai farmaci in termini di efficacia e reazioni avverse. Pazienti con un profilo farmacogenetico sfavorevole  dovranno essere trattati con farmaci alternativi o con dosi diverse. Individui con un profilo farmacogenetico compatibile con una risposta favorevole potranno essere trattati con farmaci e dosi convenzionali.
La farmacogenomica e’ dunque una chiave importante per realizzare una medicina predittiva volta a una terapia personalizzata: il farmaco giusto alla dose giusta per il paziente giusto.

5.Biotrasformazione

I metabolismo dei farmaci è essenzialmente un meccanismo di difesa di un organismo vivente contro composti esogeni estranei e non essenziali ai processi vitali: xenobiotici, estranei alla vita.  La finalità è di inattivare  dette sostanze (detossificazione) e, contemporaneamente, di renderle più facilmente eliminabili.  Qualche volta la biotrasformazione può aumentare l'attività biologica della sostanza in circolo: si parla, allora, di profarmaci, qualora venga potenziata l'attività terapeutica desiderata; o veleni potenziali qualora la nuova attività o l'incremento di attività così acquisiti non siano desiderati.  In qualche caso i metaboliti sono dotati di un quadro di attività farmacologica parzialmente sovrapponibile al quello del composto di origine; questa evenienza darà luogo ad una durata d'azione maggiore, che deve suggerire un adeguato protocollo terapeutico.
Le trasformazioni metaboliche normalmente portano ad un aumento di idrofilia degli xenobiotici, facilitando così la loro eliminazione per le vie più comuni, come renale, biliare, fecale, essudativa [1]; al contrario la vie meno utilizzate come la polmonare e la traspirativa richiedono diminuzione della polarità e del peso molecolare in modo da diminuire la tensione di vapore. 
Fra gli xenobiotici che suscitano una risposta di difesa metabolica, non immunitaria, si possono ricordare: Farmaci  e  Sostanze di Sintesi,Polveri  e   Solventi,Fumo e Bevande,Veleni  e Tossine, Precancerogeni e Cancerogeni .
Data la natura enzimatica delle trasformazioni metaboliche, gli enzimi essere caratterizzati da una grande adattabilità alla struttura di un substrato così variabile come imprevedibile .  Questa versatilità è ottenuta  con uno o più dei seguenti fattori: a) polimorfismo genetico, cioè dotazione genetica di numerose isoforme; b) polimorfismo inducibile, rapida proliferazione di nuove isoforme stimolata dalla presenza dello xenobiotico stesso; c) induzione metabolica, aumento dell'attività enzimatica (dovuta ad aumento della sintesi di enzimi metabolici) in seguito ad esposizione a xenobiotici ; d) ridotta selettività nei confronti del substrato.
Fattori che influenzano la capacità metabolica:
1)    Genetici: differenze di specie e individuali
2)    Fisiologici: età, sesso, gravidanza, malattie: insufficienza epatica (riduzione del corredo di enzimi epatici e digestivi).
3)    Farmacodinamici: protocollo terapeutico,  distribuzione tissutale, combinazione con proteine, effetto di primo passaggio (vedi)
4)    Ambientali:  competizione con altre sostanze, avvelenamento di sistemi enzimatici
5)    Attività della Flora Batterica Intestinale:  ad. esempio fornisce glucoronidasi che rilibera il farmaco dall'escreto biliare che così viene riassorbito dall'intestino; bioattivazione di precursori inattivi (cancerogeni da precancerogeni).
6)    Forma  farmaceutica:             tempo di permanenza  nell' intestino...

Fasi Metaboliche



Reazioni  di Fase I o Fase di Funzionalizzazione attuata attraverso i seguenti tipi di reazioni:
  1. Reazioni di ossidazione:  che introducono nella molecola del farmaco nuovi gruppi idrofili e/o protici (come, OH  NH2  COOH  SH ...)
  2. Reazioni di idrolisi: che liberano detti gruppi idrofili da eteri,esteri, ammidi, acetali, emiacetali. epossidi ...
  3. Reazioni di riduzione: meno diffuse, che possono generare alcuni di detti gruppi idrofili o protici

Scopo funzionale:           rendere più idrofilo il composto estraneo per facilitarne l'eliminazione
inattivare il composto
preparare il substrato per la  Fase II

Reazioni  di Fase II  o Fase di Coniugazione, attuata attraverso i seguenti tipi di reazioni:

  1. Reazioni di coniugazione:  accoppiamento con piccole biomolecole ionizzabili o altamente idrofili, come: Ac. Glucuronico, Ac. Solforico, Aminoacidi, Glutatione ...
  2. Reazioni di coniugazione  con bioreagenti apolari:          Metilazioni  Acilazioni

Scopo funzionale:
  1. Inattivare e rendere nettamente idrofilo per una completa eliminazione
  2. Inattivare e/o aumentare il peso molecolare per facilitare l'eliminazione biliare

Reazioni  Enzimatiche di Ossidazione

Il sistema enzimatico più diffuso per l'ossidazione di xenobiotici è il Citocromo P450 [2], chiamato anche CYP450 , monoossigenasi, ossidasi o idrossilasi.  É localizzato nella frazione microsomiale di fegato, rene, polmone, intestino ...
Costituito da:           Eme-Proteina:  responsabile del trasporto di e-  e  attivazione di  O2
                                               NADPH associato a NADPH-citocromo reduttasi                             
                                               e altri cofattori
Differenziatosi geneticamente per  metabolismo  di steroidi  e  acidi  biliari, è in tutte le specie viventi caratterizzato da spiccato polimorfismo  genetico e polimorfismo  inducibile e costituisce così uno dei più versatili sistema di difesa da sostanze estranee alla biologia cellulare.

Famiglie  di CYP450

Sono state identificate  più di 110 famiglie di CYP450 per le quali viene adottata la seguente nomenclatura:
CYP seguito da:               
·      1° Numero, che indica la famiglia con membri presentanti circa il 35% di omologia     
·      Lettera maiuscola, indica la sottofamiglia caratterizzati dal presentare il 40-60% di omologia
·      2° Numero, sottotipo con omologia ancora più elevata

N.B.  La sequenza aminoacidica dell'eme-proteina determina l'affinità dell'enzima per una deteminata classe chimica di substrato:  la presenza di AA apolari come leucina isoleucina e valina in prossimità del centro catalitico può formare una sacca lipofilica in grado di legare sostanze apolari; la presenza di fenilalanina determina affinità per idrocarburi aromatici, residui di AA bicarbossilici (glutamato e aspartato) tendeno a legare composti con centri cationici, al contrario residui di AA tipo lisina e arginina determineranno affinità per i composti carichi negativamente ...
Inibizione   del   CYP450 :
Inibitori  reversibili:        monossido di carbonio, fluorochinoloni,  cimetidina,  …
Inibitori  complessanti:   complessano gli intermedi del ciclo catalitico del CYP450 e sono nitrosoalcani,  antibiotici  macrolidici, …
Inibitori  irreversibili:   Inibizione “suicida” o  inibiz.  basata  sul metabolismo, cioè l'enzima produce dei metaboliti che lo inattivano. Questi metaboliti sono radicali formati formati da alcheni, alchini, da aloalcani ..., da ormoni  androgeni  e  progestinici, epossidi e acilalogenuri da polialogenoderivati (vedi avanti).

26.Dislipidemie
Termine generico per indicare le alterazioni della quantità di lipidi circolanti nel sangue, in particolare del colesterolo, dei trigliceridi, dei fosfolipidi, assai più frequentemente in aumento (ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, iperfosfolipidemia), più raramente in diminuzione. La dislipidemia è una qualsiasi condizione clinica nella quale sono presenti nel sangue elevate concentrazioni di lipidi. Poiché il termine comprende non una, ma svariate patologie, è più corretto parlare di dislipidemie al plurale, giacché le varie forme possono avere origine diversa, trattamenti diversi e soprattutto conseguenze diverse sulla salute dell'individuo affetto. Le dislipidemie sono uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare.
A seconda delle cause, le dislipidemie si distinguono tradizionalmente in primitive (su base genetica) e secondarie (o acquisite). Tra le secondarie si classificano anche quelle forme che, pur partendo da una predisposizione familiare, vedono come causa principale fattori legati all'alimentazione o a stili di vita errati. In questo caso si parla di dislipidemie multifattoriali.
Indipendentemente dal fenotipo, la manifestazione principale della dislipidemie è l'aterosclerosi, soprattutto quando ad essere interessato dall'aumento dei livelli plasmatici è ilcolesterolo. L'aterosclerosi, che all'inizio può non dare sintomi, si manifesta in genere in epoca tanto più precoce quanto più grave è la dislipidemia. Più raramente si manifestano xantelasmi palpebrali o xantomi a livello della pelle (come sui gomiti o sul dorso).



23.Modificatori della risposta biologica
I composti biological response modifiers (BRM, modificatori dei responsi biologici) vengono usati nel trattamento terapeutico del cancro alterando o inducendo l'aumento dei processi che naturalmente, si svolgono nell'organismo. L'immunoterapia sfrutta l'uso degli BRMs per incrementare l'attività del sistema immunitario e quindi aumentare i meccanismi di difesa naturali del corpo, contro il tumore.
Il sistema immunitario è costituito da cellule del sangue, dette globuli bianchi. Ci sono diversi tipi di globuli bianchi, e ciascun tipo ha un particolare ruolo da svolgere. La risposta immunitaria che si sviluppa quando le cellule si infettano o comunque vengono danneggiate, è il risultato di interazioni fra diversi tipi di cellule immunitarie. Quando una cellula del sistema immunitario riconosce un "oggetto" o una cellula come "straniera" o infetta, si sviluppa una cascata di eventi che alla fine portano alla distruzione o rimozione del "bersaglio". Questa cascata di reazioni è resa possibile dalla presenza di molecole messaggere prodotte dalle cellule immunitarie, tali molecole messaggere sono dette citochine. Le citochine sono proteine (prodotte soprattutto dalle cellule del sistema immunitario) che permettono la comunicazione fra le cellule e all'interno della stessa cellula. Diversi tipi di citochine suscitano responsi diversi. Le citochine possono essere attive sia su altre cellule, che sulle stesse cellule che le rilasciano. Possono attivare, modulare e inibire la risposta immunitaria.
Il ruolo delle citochine nella difesa dell'organismo le rende un bersaglio interessante per il trattamento di alcuni tipi di tumori. Le citochine sono normalmente nell'organismo in piccole quantità. Quando vengono usate nel trattamento dei tumori le concentrazioni necessarie aumentano notevolmente. Le citochine normalmente usate nel trattamento del cancro sono l'interleuchina-2 e l'interferone alfa. Questi composti hanno molti effetti collaterali, quando vengono usati in alte dosi, come necessario nel trattamento del tumore, e la loro efficacia varia in funzione del tipo di cancro trattato.

17. Caratteristica cellula tumorale
Le cellule tumorali manifestano alcune particolarità che le caratterizzano rispetto alle cellule normali e sane. Queste specifiche qualità permettono a cellule particolari, di formare una massa tumorale, e alla fine di sviluppare metastasi in altre parti dell'organismo. Considereremo brevemente le variazioni che si evidenziano nelle funzioni cellulari, e poi tratteremo alcune particolari capacità che una cellula tumorale deve acquisire per essere in grado di crescere e diffondersi.
Durante la trasformazione di una cellula normale in una cellula capace di formare una crescita tumorale, avvengono numerose variazioni nelle funzioni. Tutte le cellule cancerogene acquisiscono la capacità di crescere e dividersi in assenza di un appropriato segnale e/o in presenza di segnali inibitori. Ci sono anche variazioni rilevabili nelle proprietà fisiche delle cellule. Alcune modificazioni sono relative a:
Variazioni del citoscheletro - La distribuzione e l'attività dei microfilamenti e dei microtubuli possono cambiare. Queste alterazioni inducono variazioni nei processi attraverso i quali una cellula interagisce con le sue cellule vicine e altera l'aspetto della cellula. Modificazioni del citoscheletro possono anche indurre cambiamenti nei processi di adesione cellulare e nella sua motilità.
Adesione cellulare e motilità cellulare - La riduzione di adesione cellula/cellula e cellula/matrice extracellulare permette la formazione di grandi masse. Come già detto nel capitolo dedicato alla divisione cellulare , le cellule cancerogene non presentano l'inibizione da contatto e sono in grado di continuare a crescere anche quando sono completamente circondate da altre cellule. Alterazioni nei processi di adesione cellulare hanno anche effetti evidenti nella capacità di una cellula a muoversi. Le cellule cancerogene devono essere capaci di muovesi e "migrare" al fine di diffondersi, e l'adesione cellulare gioca un ruolo molto importante nella regolazione della motilità cellulare.
Variazioni nucleari - La forma e l'organizzazione dei nuclei delle cellule cancerogene possono essere marcatamente diverse da quelle caratteristiche dei nuclei delle cellule sane appartenenti allo stesso tessuto. Tali variazioni nella forma possono essere utili nella diagnosi e nella determinazione dello stadio della malattia tumorale .
Produzione di enzimi- Le cellule cancerogene spesso hanno la capacità di secernere enzimi che gli forniscono la capacità di invadere i tessuti vicini. Questi enzimi sono in grado di metabolizzare e "abbattere" gli ostacoli alla migrazione e diffusione delle cellule tumorali.
Le cellule che sono andate incontro a trasformazione neoplastica (carcinogenetica) presentano varie proprietà che le distinguono dalle cellule del tessuto sano:
·         Resistono all'apoptosi (suicidio programmato della cellula).
·         Si riproducono, dividendosi, in maniera incontrollata (o non muoiono) e solitamente si dividono con frequenza maggiore del normale.
·         Sono autosufficienti per quanto riguarda i fattori di crescita.
·         Non rispondono agli antagonisti dei fattori di crescita e la inibizione da contatto è soppressa.
·         Possono presentare una differenziazione cellulare alterata.
Le cellule più aggressive possono presentare alcune caratteristiche aggiuntive che le rendono particolarmente maligne:
·         Possono invadere i tessuti vicini, solitamente possono secernere metalloproteinasi che digeriscono la matrice extracellulare.
·         Possono spostarsi a grande distanza e formare metastasi.
·         Possono secernere fattori chimici che stimolano la formazione di nuovi vasi sanguigni (angiogenesi).
Quasi tutti i tumori si sviluppano a partire da una sola cellula, ma solitamente la cellula iniziale non acquisisce tutte le caratteristiche in una volta sola. Con ogni mutazione tumorale la cellula acquisisce un leggero vantaggio evolutivo sulle cellule vicine, entrando in un processo detto di evoluzione clonale. Ne consegue che cellule discendenti dalla cellula mutata, per effetto di ulteriori mutazioni, possano trarre un vantaggio evolutivo ancora maggiore. Le cellule che presentano solo alcune delle mutazioni necessarie alla formazione di un tumore maligno sono ritenute origine dei tumori benigni; tuttavia con l'accumularsi delle mutazioni le cellule mutate formeranno un tumore maligno. Lo sviluppo di un tumore è spesso iniziato da un piccolo cambiamento nel DNA, mutazione puntiforme, che porta ad una instabilità genetica della cellula. L'instabilità può aumentare fino alla perdita di interi cromosomi o alla formazione di copie multiple. Anche lo schema della metilazione del DNA della cellula cambia, attivando e disattivando geni in modo incontrollato. Le cellule che proliferano rapidamente, come le cellule epiteliali, hanno un rischio maggiore di trasformarsi in cellule tumorali, al contrario delle cellule che si dividono meno, per esempio i neuroni.















[1] Si consulti un testo di Fisiologia per una sommaria descrizione di queste funzioni escretorie.
[2] Il nome deriva dal fatto che la forma ridotta con Fe2+  lega monossido di carbonio per dare un complesso con un massimo di assorbimento a 450 nm (nel blu) 

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